08/06/2010 -

Tech zone


Drogati da Facebook: i pericoli di una generazione «collegata»

 Caterina Zanirato

 Che lo si voglia o no, Facebook è entrato nelle nostre vite, così come molti altri social network che permettono di scambiarsi dati, fotografie, stati d’animo con milioni di altre persone. 
Sicuramente la fascia d’età che maggiormente utilizza questi nuovi mezzi di comunicazione è quella che va dai 19 ai 24, ma anche i minorenni dai 13 anni in su e i poco meno che trentenni italiani, trascorrono in media un’ora al giorno su Facebook.  Con effetti dirompenti nel modo di socializzare, apprendere nuove nozioni, rapportarsi con gli altri, intrecciare vita lavorativa e privata. 
Dell’utilizzo sfrenato di queste nuove tecnologie, paragonabili quasi a droghe,  hanno parlato vari esperti al seminario «Drogati da Facebook», organizzato da Zenzero comunicazione, che si è svolto ieri pomeriggio all’hotel De La Ville a conclusione del corso di laurea in giornalismo dell’Università di Parma, moderato da Antonio Borri, della Zenzero.
«In Italia, a oggi, ci sono 17 milioni di utenti iscritti a Facebook - spiega Maria Cristina Cavazzini, di Zenzero Comunicazione -. A Parma, Facebook è diffuso nella fascia d’età che va dai 13 ai 18 anni per il 24%, nella fascia d’età che va dai 19 ai 24 per il 32,50% e per quella che va dai 25 ai 29 anni per il 21,30%. I motivi per cui si utilizza sono molto vari e cambiano di generazione in generazione. Per i “nativi digitali”, ovvero dalla classe '90 in su, è uno strumento normalissimo con cui mettersi d’accordo e comunicare con i loro amici, quello che per noi era il telefono». 
Per i più grandi «è uno strumento che permette di rimanere in contatto con amici, stringere relazioni, anche lavorative. La forza di Facebook è proprio quella di mettere insieme cose antitetiche come il divertimento e l’utilità, gli aspetti ludici e quelli lavorativi, facendo entrare la vita privata dove prima era esclusa».
 Uno scambio di informazioni e contenuti che però può diventare pericoloso: «I social network hanno cambiato la comunicazione - spiega Maurizio Vescovi, medico presidente Snamid (società scientifica di medicina generale) di Parma -. E non solo: anche il modo di apprendere e immagazzinare conoscenze, che diventa molto più superficiale e veloce, perché agiscono sull'assetto neuronale. E’ giusto utilizzare la potenzialità di internet, anche a scuola, ma è bene monitorare questa moltitudine di contatti e questo modo di condividere contenuti in maniera superficiale per evitare di diventare una generazione di “pancake people”, ovvero dal modo di ragionare superficiale. Il confine di demarcazione è molto stretto».
 




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