di Enrico Gotti
«La laurea in Scienze della comunicazione era più spendibile nel mondo del lavoro? Io avevo alcune perplessità». Lo dice il preside della Facoltà di Lettere, Roberto Greci, che spiega: «Il corso era già molto fotocopiato da quello di Lettere».
La roccaforte umanistica di via D’Azeglio si divide sulla chiusura del corso di laurea in Scienze della comunicazione (nome storico del corso, ancora in uso nonostante lo scorso anno sia stato ribattezzato Scienze dell'informazione). Aperto nel 2001, aveva appena cambiato nome in Scienze dell’informazione. Dal prossimo anno accademico sarà ridotto a semplice indirizzo (curriculum) del corso di laurea in Lettere. Che cosa cambia per gli studenti? «Per quelli che sono iscritti al corso, nulla - risponde il preside -. Si laureeranno con le condizioni che avevano scelto all'iscrizione. Per quelli che si iscriveranno dal prossimo anno non ci sarà alcuna differenza dal punto di vista formativo. Saranno laureati però in Lettere con il curriculum in Scienze dell’informazione».
Si dice «amareggiata», invece, la coordinatrice del corso, la professoressa Annamaria Cavalli, che sarebbe pronta alle dimissioni. Lei non conferma né smentisce: «Sto valutando la situazione. Sono molto amareggiata dal voto del Consiglio e dai commenti degli studenti alla chiusura del corso, che mi hanno fatto riconsiderare il lavoro che ho fatto».
In particolare, pesa l’accusa di «laureare disoccupati». «Non è un problema solo di Lettere - risponde la docente -. A Economia ci sono più laureati di quelli che il mercato del lavoro è capace di assorbire, e anche a Psicologia, a Scienze dell’educazione. E' inutile che ci inventiamo mestieri. Qualcuno dice che c'è bisogno di parrucchieri e di idraulici: purtroppo ha ragione. Io ho sempre avuto l’illusione di formare teste per pensare, persone che sappiano giudicare da sole. Ho sempre detto ai miei studenti: la laurea è uno stimolo in più, da sola non ti dà niente, se non sei capace di gestire le conoscenze che hai appreso».
Sull'organizzazione di Scienze della comunicazione, Annamaria Cavalli spiega: «Il corso coniugava materie più tecniche con una salda base culturale di lettere. Una volta chiuso e trasformato in curriculum, perderà di visibilità, anche se dal punto di vista formativo non cambierà nulla. Inoltre, lo studente vuole che ci sia scritto nella laurea che riceve il percorso di studi che ha seguito». Nei primi anni dell’istituzione del corso, gli iscritti superavano i 300. L’anno scorso si sono stabilizzati a 104 matricole. «Solo i professori di italianistica si sono alzati a difendere il corso - accusa la Cavalli -. Altre lauree di Lettere sono più tutelate, anche se hanno meno studenti».
«Abbiamo il dovere di garantire i corsi che servono per insegnare - risponde il preside, riferendosi alle lauree specialistiche in Lettere classiche -. E' vero, hanno pochi studenti, ma dobbiamo garantire il nostro compito statutario, che è quello di formare all’insegnamento».