15/04/2011 -

Campus


Medicina in crisi. Docenti in calo, cattedre scoperte

Monica Tiezzi
Anche la facoltà di Medicina  dell'Università di Parma rischia la serie B. E' il senso dell'intervento  che il medico e consigliere comunale del Pd Maurizio Vescovi ha scritto nei giorni scorsi, pubblicato dalla Gazzetta. Una lettera cui, sempre sul giornale,  ha   risposto il preside della facoltà Loris Borghi. D'accordo in  parte con quanto denunciato da Vescovi - la «falce» sui docenti, l'appannamento del prestigio della facoltà dagli anni 80 in poi - ma in disaccordo su quello che Vescovi ha definito «l'inarrestabile declino»,  ammettendo che la facoltà è «arrugginita ma non disorientata»,  e auspicando un «rinascimento» della scuola medica parmigiana.
Tutti d'accordo che i tempi d'oro - quelli delle scuole di medicina  famose in tutta Italia e all'estero - sono definitivamente alle spalle. «Fino agli anni '70 la facoltà era palpitante, una punta di diamante del panorama italiano, e competeva con Bologna. Oggi si trascina nell'ordinarietà» sintetizza Vescovi.
I docenti  il 16 marzo scorso hanno convocato un consiglio di facoltà straordinario proprio sulla «crisi» di Medicina. Ma  all'orizzonte ci sono anche le conseguenze della riforma Gelmini, che dovrebbe falcidiare i 12 dipartimenti in cui è articolata la facoltà, portando a un «terremoto» di cariche e ruoli. Ne è venuto fuori un progetto per il rilancio, oltre a un autofinanziamento dei docenti per una   campagna informativa e di sensibilizzazione sul tema.
«La facoltà non ha sempre fatto scelte illuminate, e la litigiosità fra docenti è stata uno dei tanti elementi negativi, ma non  il principale  della crisi. Il fatto è che se si perdono 52 docenti in cinque anni, su un totale di circa 200 tra ordinari, associati e ricercatori, non si possono non avere pesanti limitazioni all'ingresso dei giovani», dice Sergio Bernasconi,  direttore della Clinica Pediatrica dell’Azienda ospedaliero-universitaria. «La crisi della facoltà è evidente nella parte pediatrica, siamo depauperati per pensionamenti e trasferimenti.  A questo si aggiunge l'ambiguità di fondo di governo e Regione, che non si capisce cosa vogliano fare di questa facoltà: e più volte è spuntata l'ipotesi dell'accorpamento».
La fase di «aziendalizzazione» dell'ospedale Maggiore, per  Bernasconi, è  un altro punto dolente: «Noi siamo chiamati a fare assistenza, didattica e ricerca, ma l'impostazione aziendalista è centrata sull'assistenza e non ha certo favorito e valorizzato le peculiarità universitarie».
«Calano i docenti e aumentano gli studenti: l'anno scorso ci è stato chiesto un aumento del 10% degli iscritti, quest'anno un altro 10%, cui non acconsentiremo. A  Medicina abbiamo già oltre 3.800 iscritti,  che aumentano di 240 ogni anno» dice Maurizio Vanelli, presidente del corso di laurea in Medicina.  «Non c'è stata una programmazione attenta dell'ateneo sulla facoltà. I ruoli andati esauriti per pensionamenti sono stati avocati dalla direzione dell'ateneo. Ma non dimentichiamo che ogni anno chiedono di poter frequentare la nostra facoltà circa 1.200 studenti, siamo ancora un punto di riferimento nazionale importantissimo. Dobbiamo essere in grado di fornire il massimo della formazione», conclude Vanelli.
«La facoltà non è in declino, ma certamente in una fase di stallo, in attesa della riorganizzazione -   dice Luigi Conti, rappresentante degli studenti nel Consiglio  di facoltà di Medicina e nel corso di laurea in Medicina e chirurgia - La qualità degli insegnamenti e dei docenti è sempre stata elevata, ma ultimamente ci sono   lacune, ad esempio a cardiologia, urologia, malattie infettive. Le lezioni sono assegnate a volte a ‘cultori della materia’, docenti in pensione che non svolgono più assistenza, ma fanno didattica gratis. Oppure, nel caso delle malattie infettive, da specialisti di medicina di laboratorio e microbiologia».
Altro punto dolente, continua Conti, sono i tirocini: «Passiamo nei reparti come meteore: in sei anni 15 giorni o poco più, mentre sarebbe  necessario almeno qualche mese. Non possiamo fermarci alla cultura libresca, dobbiamo  prepararci all'assistenza. Oggi invece siamo impreparati alla pratica».






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