L'Italia è stata condannata oggi dalla Corte europea dei diritti umani per aver sottoposto un detenuto a trattamento «inumano e degradante». Il caso riguarda la reclusione nel carcere di Parma di Nicola Cara-Damiani, detenuto nonostante non potesse ricevere cure adeguate al suo caso né, data la paralisi delle gambe, muoversi agevolmente in sedia a rotelle a causa della presenza di barriere architettoniche.
Con questa sentenza la Corte di Strasburgo - che ha condannato l’Italia anche a versare alla parte lesa un risarcimento di 10mila euro - ha ribadito il principio secondo cui gli Stati hanno l’obbligo di assicurare che «tutti i carcerati siano detenuti in condizioni compatibili con il rispetto della dignità umana» e, avendo riguardo per le esigenze pratiche della detenzione, di garantire che «la salute dei carcerati sia salvaguardata in maniera adeguata».
Inoltre, la Corte ha sottolineato che «le cure in carcere devono essere a un livello comparabile a quelle che lo Stato garantisce all’insieme della popolazione». Anche se questo non vuol dire, ha precisato la Corte, che debbano essere garantite a tutti i detenuti «cure allo stesso livello di quelle a cui si può avere accesso nei migliori centri di cura».
IL SAPPE: "SORPRENDE CHE LA CONDANNA SIA RIFERITA AL CARCERE DI PARMA, STRUTTURA ALL'AVANGUARDIA". La condanna inflitta all’Italia dalla Corte europea dei diritti umani «sorprende che il fatto si sia verificato nel carcere di Parma, una struttura che, anche se non perfetta, può essere considerata all’avanguardia rispetto ad altre carceri del nostro Paese». Lo ha detto Giovanni Battista Durante, segretario aggiunto del Sappe, il sindacato della polizia penitenziaria.
«I detenuti portatori di patologie particolari dovrebbero essere curati all’esterno, l’ordinamento penitenziario prevede anche misure alternative, come la detenzione domiciliare, per coloro che sono "in condizioni di salute particolarmente gravi"» ricorda, spiegando però che «spesso, si tratta anche di soggetti rispetto ai quali prevalgono le esigenze di sicurezza».
Nel carcere emiliano, ricorda poi Durante, esiste una sezione detentiva con 15 posti, dedicata ai paraplegici, dove i detenuti sono seguiti e possono anche fare la fisioterapia. C'è anche un centro clinico diagnostico, dotato di altri 15 posti, «ma al momento chiuso per mancanza di personale». «Un carcere non può essere considerato alla stregua di qualsiasi altra struttura esterna. E questo è scritto in maniera chiara anche nella sentenza - aggiunge Durante -, nella parte in cui si afferma che non possono essere garantite "cure allo stesso livello di quelle a cui si può avere accesso nei migliori centri di cura"».
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