Caso Carretta: ora esplode la polemica su questa controversa eredità. Dite la vostra nello spazio commenti e votate il nostro sondaggio
IL CASO
Da ieri Ferdinando Carretta è proprietario dell'appartamento di via Rimini 8. L'appartamento dove diciannove anni fa uccise madre, padre e fratello. E dopo la firma davanti al notaio, Carretta è stato intervistato dalla Gazzetta di Parma.
di Georgia Azzali
Non è più il Ferdinando che si torturava le tempie davanti alle telecamere. Pare sereno. Ha voglia di futuro. Sono passati dieci anni da quando Carretta pronunciò in tv la sua verità più profonda. Diciannove da quella sera in cui il dolore si trasformò in follia. Da quando sparò al padre, alla madre e al fratello nella casa di via Rimini 8. Riparte da quell'angolo di disperazione per riprovare a sfidare la vita. Ora c'è la sua firma sotto quell'appartamento: la casa della tragedia è da ieri pomeriggio ufficialmente sua.
Perché ha scelto l'appartamento che rischia di essere ricordato per sempre come quello della strage?
«A dire il vero, fino alla firma di oggi (ieri, ndr), ho avuto molti dubbi. Ci ho ripensato più volte, perché so che il pericolo è quello che sia sempre collegato a ciò che è accaduto. Ma poi ho deciso di mantenere inalterato l'accordo, perché già da alcuni mesi avevo raggiunto un'intesa con mia zia Paola: a me la casa di via Rimini, a lei quella di via Campioni».
Ma ciò significa che tornerà a vivere in quella casa?
«No, non me la sento. Per ora, visto che l'appartamento è affittato, riscuoterò i canoni. Poi, è probabile che lo venda. Comunque, al di là della casa di via Rimini, non ho intenzione di tornare a vivere a Parma».
E dove cercherà di ricominciare?
«Penso di rimanere a Forlì. Da più di due anni sono in comunità, ma al mattino lavoro come impiegato in una cooperativa nel centro della città. Anche grazie agli appoggi della comunità, spero di poter trovare un lavoro a tempo pieno».
Ha già avuto alcune offerte?
«Sì, qualcosa pare si stia muovendo. E se poi, un domani, vendessi la casa, potrei riuscire ad avere una mia vita indipendente».
Ma come immagina il suo futuro?
«Con un lavoro stabile, ma anche con una famiglia: è il mio desiderio».
Famiglia. E anche figli? «Sì, certo, quando avrò trovato la persona giusta con cui poter costruire una famiglia. Per ora, non è ancora il momento. Sono uscito con alcune ragazze, ma non ho la fidanzata, se è questo che interessa».
Per ora, però, è ancora in libertà vigilata. Quali vincoli ha?
«Non posso fare ciò che voglio, anche se c'è chi pensa il contrario. Devo rispettare gli orari imposti dalla comunità. Posso lavorare, naturalmente, ma se desidero allontanarmi dalla città o assentarmi negli orari non previsti, devo chiedere il permesso. E, la notte, devo dormire in comunità».
Una situazione destinata a cambiare?
«Sì, mi auguro di poter ottenere la libertà definitiva in tempi brevi. D'altra parte, prima della comunità, avevo già trascorso sette anni e mezzo in ospedale psichiatrico giudiziario. E non ho mai dato problemi. Ho fatto il mio percorso di riabilitazione, come era giusto che fosse, ma ora mi sento pronto ad affrontare la vita».
Ha anche riallacciato i rapporti con le sue zie. E' soddisfatto?
«Certo. Sono passati anni, ma sono molto contento di averle ritrovate dopo tutto quello che è successo».
Pensa spesso ai suoi familiari? «Soprattutto in questi ultimi mesi, quando ho dovuto affrontare la questione dell'eredità, il pensiero era costante. Ma quello che è stato non potrà mai essere cancellato».
Che cosa si rimprovera di più?
«Continuo a pensare al fatto che la tragedia poteva essere evitata. Se io mi fossi curato, quello che è successo non sarebbe mai accaduto. E' un pensiero costante. Ma c'è anche un altro peso enorme con cui continuo a fare i conti».
Quale?
«Il fatto che i corpi di mio padre, mia madre e mio fratello non siano mai stati ritrovati».
E' la partita con il passato che non vuole chiudersi. Mentre nello sguardo di Ferdinando si riaccende quel lampo. Che brucia di dolore e imbarazzo. Il bacio A 19 anni dalla strage Paola Carretta bacia suo nipote Ferdinando. Marconi La vittima è un liceale. Il rimorso «Se mi fossi curato quello che è accaduto non sarebbe successo»
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