Erano diretti a Parma. Scomparsi nel nulla
Chiara Pozzati
Dall’inferno all’oblio. È la storia di 560 profughi tunisini, sbarcati a Lampedusa il 15 marzo e semplicemente scomparsi. Tre di loro avrebbero dovuto raggiungere il Parmense, ma i parenti, divisi fra la nostra città e l’Africa, hanno perso ogni loro traccia. Rimane solo qualche foto sgranata reperita su internet e qualche viso familiare che spunta dalle immagini di giornali e televisioni.
È la storia di Zied Sahli, 28 anni, e dei cugini Tarek Hadj Salem e Derbeli Walid, rispettivamente 25 e 32 anni, che avrebbero dovuto raggiungere Salsomaggiore e Mezzani. I tre hanno lasciato la loro terra il 14 marzo scorso e sono sbarcati a Lampedusa il giorno successivo, o almeno così si presume. Dopo oltre nove mesi da incubo, le famiglie dei giovani dispersi e Amnesty international si sono rivolti a Rebecca Kraiem, dell’associazione tunisina «Giuseppe Verdi» di Parma, per chiedere aiuto. La donna, 53 anni e con un'incrollabile fiducia nelle istituzioni, ha deciso di impegnarsi nella ricerca dei nuovi desaparecido. Ecco perché, non più tardi di domenica, ha riunito i parenti dei tre giovani «per fare il punto su una situazione particolarmente delicata», come la definisce lei stessa.
Un incontro commovente, quello avvenuto all’Enaip di via Gramsci, sede del sodalizio che raggruppa i figli della Tunisia approdati nella nostra città. Per l’occasione c’era anche Federica Sossi, scrittrice, giornalista e docente di estetica all’Università di Bergamo. Zied amava il calcio, Tarek e Derbeli non vedevano l’ora di assaggiare il cibo italiano. «Mio fratello si è sempre rimboccato le maniche per mantenersi. In Tunisia sbarcava il lunario con lavoretti saltuari per non pesare sul bilancio familiare». A parlare è Kaouthar, 33 anni, sorella di Zied. La giovane operaia dagli occhi grandi è arrivata a Parma una decina di anni fa. «Ero così felice quando ho ricevuto la sua telefonata - racconta desolata -. Ho tentato spesso di richiamare quel maledetto numero, ma non c’è nulla da fare: è sempre staccato». Gli occhi pesti di sonno, il sorriso tirato di chi convive con un male che logora dentro. Kaouthar guarda implorante la Sossi. «Chiediamo che il ministero degli Esteri tunisino fornisca le impronte digitali dei desaparecidos al ministero dell'Interno italiano, per un confronto - spiega la scrittrice -. Solo allora potremo avere risposte».
«Abbiamo piena fiducia nelle istituzioni - conclude Rebecca Kraiem - ma ci spaventa l’immobilismo burocratico di entrambe le nazioni. Non possiamo abbandonare queste famiglie. Dove sono finiti quei ragazzi?».
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