Stranieri di seconda generazione Il vero ostacolo è la burocrazia
Roberta Vinci
Nascono, crescono e parlano i dialetti delle regioni italiane, ma non sono considerati tali.
Sono i figli di immigrati, quelli di seconda generazione. Per loro nasce, anche a Parma, l’Anolf giovani di seconda generazione. L’associazione nazionale Oltre Le Frontiere, promossa dalla Cisl, nasce più di vent'anni fa per aiutare gli immigrati a inserirsi nel nostro Paese.
Ma i loro figli, nati e cresciuti in Italia, hanno gli stessi diritti dei cittadini italiani? Non proprio. L’Anolf giovani si occupa di loro, ragazzi under trenta che non vogliono essere considerati stranieri nella loro terra d’origine; costretti una volta compiuti i quattordici anni a richiedere il permesso di soggiorno, poiché devono staccarsi «burocraticamente» dalla famiglia.
Realizzando che il loro «essere italiani» era solo un illusione. Sono circa quindicimila i giovani associati tra i vari territori. Uno degli obiettivi principali che l’associazione si prefigge è quello di raggiungere un accordo con lo Stato, una modifica del Testo Unico, sull'acquisizione della cittadinanza per i giovani di seconda generazione. Il problema è legato a una legge sulla cittadinanza, basata sul principio dello «jus sanguinis», che permette al nascituro di acquisire la cittadinanza solo se uno dei genitori è italiano.
«Il fatto di esser nato e cresciuto in Italia, aver frequentato le scuole di ogni ordine e grado non è requisito sufficiente per essere riconosciuto italiano; - spiega Maruan Oussaifi, presidente nazionale Anolf Giovani -; bisogna aspettare i diciotto anni per poter fare richiesta di cittadinanza e si ha tempo fino a un giorno prima del compimento del diciannovesimo anno d’età».
Ma non basta. Requisito fondamentale per poterla ottenere, è dimostrare di aver risieduto continuativamente in Italia. «Noi vorremmo riformare quella legge introducendo il principio dello "jus soli" - aggiunge Maruan - cioè permettere l’acquisizione della cittadinanza secondo dei presupposti più accettabili: la residenza della famiglia da almeno cinque anni in Italia, la regolarità dei permessi di soggiorno e la correttezza penale».
«Un altro obiettivo - continua Maruan - è rivolgere la campagna a livello regionale. Senza la cittadinanza italiana si ha difficoltà ad accedere agli ordini professionali; non puoi fare il servizio civile, strumento formativo sociale di grande importanza; non puoi votare e si hanno limiti di spostamento negli altri Paesi, dati i tempi lunghi d’attesa dei rinnovi».
«Uno studente non può andare in gita con i suoi compagni, poiché il documento che ottiene dopo i quattordici anni non è valido per l’espatrio - racconta Anastasio Moothen, responsabile provinciale Anolf Giovani Parma -; anche nel tempo che intercorre tra il rinnovo di un permesso e l’altro siamo costretti a girare con una ricevuta postale in tasca che ci qualifica "in regola", ma non ci permette di uscire dall’Italia. Ho ricevuto il mio permesso di soggiorno quasi due anni dopo il rilascio».
Quando poi il percorso di studi è terminato, anche il lavoro diventa un problema: «Hai sempre un nome e cognome straniero e sei legato a un pezzo di carta».
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