di Ilaria Graziosi
Il via libera definitivo dell’Aifa - l’Agenzia italiana del Farmaco - alla commercializzazione della RU486, la pillola abortiva, è arrivato.
La delibera, ora, dovrà essere pubblicata in Gazzetta Ufficiale, rendendo così il farmaco tra le possibilità di scelta delle donne che dovessero ricorrere a un’interruzione di gravidanza.
L’atto dovrebbe essere pubblicato entro un mese, e da quel momento la pillola sarà disponibile per uso ospedaliero anche a Parma.
«La pillola RU486 ha un verificato effetto abortivo - spiega Giovanni Battista Nardelli, direttore della struttura complessa Ostetricia e Ginecologia dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma -. A base di mifepristone, è in grado di interrompere la gravidanza già iniziata con l’attecchimento dell’ovulo fecondato. L’aborto farmacologico tramite Ru486 prevede l’assunzione di due farmaci: la Ru486 appunto, che interrompe lo sviluppo della gravidanza, in abbinamento alla prostaglandina, che provoca le contrazioni uterine e l’espulsione dei tessuti embrionali».
Secondo le disposizioni, per l’assunzione della pillola dovrà essere garantito il ricovero in una struttura sanitaria dal momento dell’assunzione del farmaco sino alla certezza dell’avvenuta interruzione della gravidanza.
«L'aborto farmacologico prevede tre giorni di ricovero - prosegue Nardelli - a differenza di quello chirurgico che si effettua in "day surgery", ricovero di una giornata: non è difficile supporre, dunque, che subentreranno anche problemi di posti insufficienti nei reparti».
Nel rispetto della legge 194, il ricorso alla Ru486 prevede una stretta sorveglianza da parte del personale sanitario, cui è demandata la corretta informazione sul trattamento, sui farmaci da associare, sulle metodiche alternative disponibili e sui possibili rischi, nonché l’attento monitoraggio del percorso abortivo, onde ridurre al minimo le reazioni avverse come emorragie, infezioni ed eventi fatali.
Proprio questo ha indotto il Cda dell’Aifa a limitare l’utilizzo del farmaco entro la settima settimana di gestazione anziché la nona, come invece avviene in gran parte d’Europa: tra la settima e la nona settimana, infatti, si registra il maggior numero di eventi avversi e il maggior ricorso all’integrazione con la metodica chirurgica.
«Deve essere chiaro che abortire con la pillola comporta gli stessi effetti collaterali della procedura chirurgica - ricorda Nardelli - possibilità di emorragie, dolori addominali, disturbi gastrointestinali: rispetto all’intervento, però, non c'è il rischio di lesioni all’utero e nemmeno i rischi legati a qualsiasi anestesia».
Ovviamente, se il trattamento non ha effetto - prosegue Nardelli - «è necessario comunque procedere chirurgicamente».
Lo schema prevede la somministrazione di 600 milligrammi di mifepristone e, due giorni dopo, la somministrazione di prostaglandina: entro due settimane dalla somministrazione di quest’ultima, si produce l’aborto spontaneo, ma nel 75% dei casi l’aborto si verifica già entro ventiquattro ore dall’assunzione.
«Complessivamente - conclude Nardelli - l'efficacia è del 95% circa, a patto che si agisca entro e non oltre la settima settimana di gravidanza».
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