Luigi Alfieri
Chi non ha mai visto un messa africana, non può capire cosa sia stata la dedicazione - la prima nel mondo - della chiesa parrocchiale dei Saveriani di Makeni al santo Parmigiano Guido Maria Conforti. Una festa unica. Un’esplosione di fede, di gioia, di suoni, di voci, di profumi, di colori. La cerimonia officiata dal vescovo Giorgio Biguzzi e concelebrata dal nunzio apostolico, George Antonysamy, dall’arcivescovo di Freetown, Edward Tamba Charles, dal superiore dei saveriani in Sierra Leone, padre Natalio Paganelli e dal titolare della parrocchia, Padre Vittorio Bongiovanni, è durata due ore e mezza, ma dopo l’ultimo amen, se fossimo stati in un teatro, tutti avrebbero chiesto il bis.
La prima emozione è stata vedere in un angolo di mondo così disgraziato un edificio tanto dignitoso ed elegante pur nella sua povertà. Costruita col lascito di una fedele di Ancona, Maria Vittoria Tarsi, la chiesa di san Guido Maria è estremamente semplice, con un’unica navata, spoglia di arredi preziosi, ma dotata nella zona absidale di un affresco che molto dice della religiosità di questo continente: un Cristo in croce dalla pelle nera, una Madonna sofferente, sempre nera, e al loro fianco, in ammirazione del Crocifisso, l’arcivescovo Conforti, fondatore dei Saveriani. L'arcivescovo di Parma, di certo, quando nel 1895 fondò l’Istituto emiliano delle missioni estere, non avrà pensato che la sua immagine sarebbe corsa sui muri delle povere chiese dell’Africa e dell’Asia. In realtà sono decenni che nelle missioni della congregazione sparse per il mondo la sua persona è oggetto di un culto particolare, ma da quando, il 23 ottobre 2011, papa Benedetto lo ha proclamato Santo, nelle «terre di frontiera religiosa», la figura del fondatore ha assunto una nuova forza, un carisma speciale. In Africa, quando si dà un appuntamento per le 10 del mattino, la gente si ritrova verso mezzogiorno.
Alla messa per il Santo parmigiano i fedeli hanno cominciato ad arrivare poco dopo le nove. Soprattutto donne elegantissime, donne che camminano leggere come gazzelle, diritte come indossatrici - con bambini dagli occhi dolci e vivaci, sotto una testa di riccioli crespi - calate nei vestiti indigeni dai colori stordenti: verde, arancio, ocra, giallo, rosso, in un amalgama che trasformava la navata in un grande fiore.
Quando il coro diretto da padre Franco Manganello ha intonato i primi canti l’atmosfera è diventata magica, voci di donna taglienti come coltelli hanno cominciato a correre per l’aria accompagnate dal suono dei tamburi indigeni; neppure i tre vescovi schierati dietro all’altare di marmo, donato dall’avvocato Giorgio Pavarani, cofondatore dell’associazione amici della Sierra Leone di Parma, hanno saputo impedire a mani e piedi di battere il ritmo della musica/preghiera. Del resto, «chi canta - diceva Sant'Agostino - prega due volte». Qui la preghiera era tripla, durante la messa, spesso, alla musica si è aggiunta anche la danza, in particolare quando i fedeli hanno portato i doni all’altare, sfilando con ceste di profumatissima frutta tropicale, verdura, uova, fiori e due grandi ventilatori che qui, tra equatore e tropico, possono sempre venire buoni.
I celebranti in vari momenti hanno ricordato il legame tra Parma e il Nord della Sierra Leone. Un legame che è diventato indissolubile nel 1950, quando arrivò in missione da queste parti un prete di Roccabianca, Augusto Azzolini. Un saveriano, ovviamente, che sostenuto da un gruppo di tenaci confratelli, cominciò a costruire scuole per tutti. Il Padre ammetteva i bambini indipendentemente dal loro credo religioso: non solo i pochissimi cattolici, ma anche i tanti musulmani e animisti. Negli anni Ottanta, quando già da tempo Azzolini era stato nominato vescovo di Makeni, sbarcò in Sierra Leone Amos Grenti un signore di Solignano, che, con l’appoggio dell’avvocato Giorgio Pavarani e di altri generosi sostenitori, fondò l’associazione «Amici della Sierra Leone» di Parma; il ponte tra la nostra città e il Paese più povero del mondo non si interruppe neppure durante la sanguinosa guerra civile che devastò la nazione dal 1991 a 2001.
Ora gli «Amici», guidati dal nuovo presidente Adriano Cugini, sono impegnati nel recupero del Paese dai disastri del conflitto e nel tentativo di dare un futuro alla nazione soprattutto attraverso la creazione di una università - voluta da monsignor Giorgio Biguzzi - che formi una classe dirigente accettabile, capace di tutelare il Paese dall'invadenza economica delle multinazionali e dei cinesi. Generose mani parmigiane hanno già offerto aule all’ateneo di Makeni, ora la famiglia Pavarani si è impegnata nella costruzione di un’Aula magna.
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