25/02/2009 -

Buone Notizie


Handicap e immagine

Ci è arrivata in redazione questa lettera. Abbiamo scelto di collocarla nella sezione delle  "Buone notizie", perchè è quella più battuta da chi si impegna in associazioni di volontariato che già lavorano su questo problema. Ma anche perchè ci auguriamo che stimoli una riflessione che produca poi davvero "buone notizie" (anche ricordando che a Parma già qualcosa in questo campo esiste, ad esempio attraverso le iniziative sul palcoscenico della coreografa Lucia Perego o del Lenz teatro).


Nella nostra epoca il singolo individuo viene socialmente accettato se
la sua immagine combacia perfettamente con un modello standard di
bellezza e intelligenza. Come conciliare questo modello predefinito
con la diversità dell'handicap? La soluzione potrebbe consistere nel
considerare la diversità come parte integrante della "perfezione"
umana.
L'abuso del fitness e della chirurgia estetica corrisponde
all'illusione di raggiungere un'uguaglianza inesistente, a un'utopia
che non ha nulla a che fare con l'ideale di perfezione. In ogni caso,
fino a quando la scienza non sarà riuscita a ottenere degli esseri
umani tutti uguali nel fisico e nel cervello (ammesso che si tratti di
un risultato positivo) la perfezione resterà un ideale.
La diversità è un comune denominatore del genere umano e l'handicap
non è altro che una diversità più evidente di altre. Basterebbe
diffondere questo ragionamento per promuovere l'integrazione dei
portatori di handicap.
Quando due individui instaurano una relazione interpersonale fondano
una società; l'integrazione sociale dipende dunque dall'azione
reciproca di due individui che decidono di muoversi l'uno verso
l'altro. Se l'uno è "normale" e l'altro è "handicap", automaticamente
il normale identifica l'handicap con la diversità e la relazione
interpersonale viene disturbata da reazioni accentuate di diffidenza e
da emozioni come indifferenza e paura; contemporaneamente, il
portatore di handicap percepisce la persona "normale" come un essere
sconosciuto, quindi diverso, e mette in atto gli stessi meccanismi di
comportamento.
Contrariamente a quanto si crede, l'indifferenza non è l'assenza di
qualsiasi emozione, ma è essa stessa un'emozione che si manifesta con
la mancanza di azione. L'individuo esprime la sua indifferenza quando,
di fronte a un problema che non lo coinvolge direttamente, sceglie di
non agire per evitare spiacevoli e inutili conseguenze. Tale
comportamento è normale quando funge da autodifesa, ma diventa
patologico quando si traduce in una vera e propria strategia di
evitamento. L'indifferenza quindi assomiglia alla paura e spesso la
precede; anche la paura è un'emozione normale se serve per
salvaguardare se stessi, ma è patologica se il pericolo non è reale.
La relazione interpersonale tra normalità e handicap fallisce sul
nascere quando la persona "normale" non ammette i suoi limiti, la sua
imperfezione, la sua diversità. Dal momento che confrontarsi con
l'altro è come guardarsi allo specchio, negare l'imperfezione della
propria immagine equivale a rifiutare l'altro da sé. La diversità
viene percepita come un pericolo per la propria identità. Anche il
portatore di handicap rifiuta il contatto con il "normale" quando non
ammette la propria diversità, nega di aver bisogno di aiuto e si
trasforma in una brutta copia della presunta normalità.
Il rifiuto dell'altro coincide con il rifiuto della diversità, cioè
dell'aspetto fondamentale dell'identità della persona. Chi rifiuta il
diverso finisce per negare se stesso.
Il primo passo per instaurare una buona relazione interpersonale
consiste allora nell'accettare se stessi e nel voler vedere l'altro da
sè come un'immagine riflessa della propria diversità. L'integrazione
sociale del portatore di handicap si realizza quando la sua immagine
viene considerata come espressione della diversità, ossia di ciò che
caratterizza e accomuna tutti gli individui.


Lucia Fracassi


 







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