Luigi Alfieri
La Sierra Leone possiede miniere di diamanti, di ferro, di rutilio e di bauxite. E' ricca di acqua. Il suo suolo è fertile. Eppure è «classificata» - a ragione - come il Paese più povero e arretrato del mondo. Insieme al Niger.
Ottenuta l'indipendenza nel 1961, ha cominciato a camminare come i gamberi. All'indietro. Gli inglesi avevano lasciato due ferrovie, l'energia elettrica, acquedotti. I governi locali, corrotti e inetti, hanno portato la Sierra Leone alla rovina. Regimi dittatoriali, basati sul «partito unico» hanno badato solo a spolpare, senza fare manutenzione dell'esistente e senza creare nulla di nuovo. Nel 1991, è scoppiata una delle più cruente guerre civili che la storia ricordi: i ribelli del Ruf guidati da Foday Sankoh contro il governo. Molti l'hanno chiamata la guerra dei diamanti, per il controllo delle miniere, ma il vescovo di Makeni, monsignor Giorgio Biguzzi non è d'accordo su questa interpretazione. «Per me - spiega - alla base di un simile irrazionale scoppio di violenza durato dieci anni, non ci sono motivi economici e neppure etnici (come accade spesso in Africa) o religiosi. Il fatto è che qui era crollato lo Stato. Il pesce comincia a marcire dalla testa e il governo era marcio. La gente della Sierra Leone non aveva più prospettive, nessuna speranza: solo disperazione». E così le bande di Sankoh al grido di «spazziamo via la corruzione» hanno cominciato a devastare il paese uccidendo, mutilando, stuprando, distruggendo tutto.
Rapivano i bambini dalle famiglie, li plagiavano, li drogavano e li costringevano a diventare ribelli. Spesso questi ragazzini erano costretti a uccidere il padre e la madre. A incendiare il loro villaggio. Chi era sospettato di votare alle elezioni subiva l'amputazione della mano o del braccio. «Taglio lungo o taglio corto» lo chiamavano quelli del Ruf. Ma non è che le milizie private filo governative, i Kamajors, o l'esercito si siano comportati molto meglio. Violenza e distruzione sono arrivate da tutte le parti.
Poi, un giorno, erano passati 9 anni di guerra, le televisioni di tutto il mondo hanno trasmesso le immagini di un uomo minuto vestito di bianco che corre verso i capi ribelli sventolando le mani come fazzoletti. Li raggiunge, ci parla, si allontana di nuovo col passo sostenuto, come quando benedice i fedeli con le foglie di palma. L'uomo vestito di bianco era monsignor Giorgio Biguzzi, vescovo di Makeni, e quello era l'inizio di un percorso di pace tra ribelli e governo. Alcuni mesi dopo, la Sierra Leone era un Paese pacificato. Ma distrutto.
Le missioni cattoliche erano state bruciate, i pochi ospedali scoperchiati e sventrati, le scuole dei «padri» saccheggiate. Tutti gli animali ammazzati, i campi abbandonati. L'economia cancellata. Un'intera generazione di ragazzi è stata annientata. Ma i missionari hanno subito ripreso a mettere mattoni sul muro della speranza. E molti di questi mattoni sono arrivati da Parma. Dagli «Amici della Sierra Leone». Sono arrivati nuovi pozzi, nuove chiese (la Pizzarotti ha ricostruito la cattedrale di Lunsar), magazzini per il riso, nuove scuole e borse di studio per gli studenti. I pochi ospedali sono stati ricostruiti. Oggi 150 mila ragazzi, nella sola diocesi di Makeni frequentano gli istituti cattolici, primari e secondari. Nel capoluogo è attiva l'università cattolica e il vescovo ha aperto una stazione radiofonica (Radio Maria) ascoltata in tutto il paese.
I ragazzini sono passati dal Kalashnikov e dal machete ai banchi di scuola. I baby ribelli hanno frequentato corsi di rieducazione, ma in Sierra Leone restano problemi enormi. I giovani hanno voglia di imparare a scrivere e a leggere, a costruire mobili, a riparare auto, a curare i malati, ma le scuole non ci sono o sono lontane dai villaggi. C'è una grande diga per produrre energia elettrica ma non c'è la rete distributiva (fili e pali), ci sono un terreno ricchissimo e tanta acqua ma non ci sono le conoscenze tecniche e la mentalità imprenditoriale. L'unico attrezzo che si trova nei mercati è la zappa da palude. Le malattie dilagano, ma non ci sono i medici e i farmaci per combatterle.
Poco importa che il 90 per cento della popolazione si dichiari di religione musulmana e il dieci di religione cattolica: nei villaggi dilagano ancora le superstizioni legate all'antica cultura animista e spopolano le società segrete, misteriose (per noi occidentali) sette divise con rigore in maschili e femminili. Per accedere alla società segreta gli aspiranti devono sottoporsi al rito della circoncisione maschile e femminile, che comporta gravi mutilazioni e infezioni. Molti ragazzi ne muoiono.
«Ma noi - spiega Padre Mario, missionario Giuseppino di Lunsar - continuiamo il nostro lavoro sul territorio. Ora puntiamo sulla formula: «adotta un villaggio». Proponiamo a chi ci sostiene di finanziare l'emancipazione di un gruppo tribale limitato costruendo un pozzo, un'aia per trebbiare il riso, un magazzino per stivarlo, la scuola». Piccoli passi per entrare in un comunità a aiutarla sulla via dell'emancipazione. Piccoli passi che portano lontano.
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