Nel 2011 i prezzi all’origine del Parmigiano Reggiano hanno toccato la media di 10,76 euro al chilo, raggiungendo il prezzo più alto del terzo millennio: è stata superata la quota di 9,25 euro/kg del 2003, annata migliore del decennio 2000-2010. È quanto emerso alla conferenza stampa del consorzio del Parmigiamo Reggiano, che si è svolta a Bologna.
«Con il risultato dell’anno appena trascorso - ha detto il presidente del Consorzio di tutela, Giuseppe Alai - i produttori sono tornati a quella redditività e quella possibilità di investimenti mancata per molti anni». Nel 2011 la produzione è salita del 7,1%, raggiungendo i 3 milioni e 231mila forme, per un valore di 1,2 miliardi di euro. «L'aumento produttivo potrebbe destare qualche preoccupazione - ha detto Alai - ma grazie a una serie di azioni commerciali non siamo in allarme, in quanto le scorte sono aumentate solo di 84mila forme, pari a quelle del 2009».
L’aumento delle scorte è stato contenuto anche grazie all’incremento del 4,2% delle esportazioni e al ritiro di 188 mila forme da parte di «I4S», società di proprietà del consorzio che acquista Parmigiano per destinarlo a nuovi mercati esteri e nuovi canali di consumo.
Ed è proprio a questi che punta il consorzio di tutela, nel cui mirino vi sono il canale Ho.Re.Ca (alberghi, ristoranti, bar) e le esportazioni che oggi rappresentano il 32% del totale delle vendite di Parmigiano Reggiano, con l’export in Europa che ha fatto registrare nel 2011 un aumento del 7,7%, mentre negli Stati Uniti sono calate del 5,1% dopo l’incremento record del 30% nel 2010. Tra gli obiettivi futuri c'è anche l’espansione di prodotti innovativi come gli snack, con il rilancio della monodose «Mito», barrette, formaggini, sottilette e il «vending», la distribuzione con macchinette automatiche che attira i giovani.
«L’approvazione dei criteri di gestione dei piani produttivi da parte dell’Assemblea dei soci del novembre scorso, con gli annessi contributi consortili aggiuntivi per chi sforerà i tetti produttivi - sottolinea ancora il presidente del Consorzio - è incoraggiante, ma l’obbligo del governo della produzione per garantire redditività ai produttori non è legato soltanto alla coerenza rispetto alle capacità di assorbimento del mercato». «La storia ci dice che il calo dei consumi e delle quotazioni - spiega Alai - si lega in modo evidente alle repentine ed ampie oscillazioni dei prezzi al dettaglio, che tendono a disorientare i consumatori e ad abbassarne la fidelizzazione».
«Il problema - sostiene Alai - non è solo nostro, ma riguarda tutti i principali formaggi duri italiani e primariamente quelli a lunga stagionatura. Tra questi, il Parmigiano Reggiano è quello che nel 2011 ha registrato il minor incremento dei prezzi al consumo nei punti vendita italiani (+14,7% contro punte di oltre il 20% per altri duri), ma i prodotti similari d’importazione sono rimasti ben al di sotto di questi dati, facendo segnare un’oscillazione limitata al +6,5%: pur con prezzi non dissimili o pressoché identici a quelli di tanti prodotti italiani, il risultato, come accade da anni, è che questi ultimi hanno guadagnato 2.000 tonnellate di vendite nella Gdo, mentre sono calati i consumi interni delle nostre migliori Dop, con una flessione che si è attestata appena al di sotto del 4% per il Parmigiano Reggiano grazie al buon andamento dei consumi extradomestici».
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