23/09/2010 -

Economia


L'azienda vive se "cura" l'uomo

Antonella Del Gesso
«Il lavoro dovrebbe essere una grande gioia. Per tanti invece rappresenta il tormento di non averlo oppure di svolgere un'attività che non serve e non giova a un nobile scopo». Era questo l’«Adriano Olivetti pensiero» negli anni Cinquanta. Una lezione che è diventata un modello, una filosofia che anticipa il futuro perché il presente non è ancora tanto moderno da poterla accogliere. Quello di Olivetti è anche il modello unico possibile da adottare se l’Italia e l’Europa, non vogliono rimanere schiacciata tra l’idea capitalistica americana e l’avanzata asiatica.
Il nostro paese è nell’immaginario comune la nazione del buon vivere ed è questa la strada sulla quale puntare per tornare ad essere concorrenziali. Perché non si può continuare a credere che basti la qualità del prodotto o la competitività sul prezzo a rilanciarci sul mercato. E proprio il lungimirante imprenditore testimonia la concreta possibilità, oggi più che mai attuale, di un’economia capace di far convivere esigenze produttive, benessere materiale e fioritura dell’essere umano. Proprio per questo l’esperienza e l'insegnamento di Olivetti sono stati al centro del convegno, ospitato nella sede dell’Unione parmense degli Industriali. «Il valore dell’etica e dell’estetica nell’agire d’impresa» è il primo appuntamento del ciclo di incontri «adrianolivettiannouno», iniziativa curata e organizzata dall’Associazione Vita Eudaimonica nel cinquantenario della morte di Adriano Olivetti.
 «Un imprenditore che ha tenuto conto delle caratteristiche e delle esigenze dei sui dipendenti, leggendole non come limiti ma come fonti di ricchezza stabile» sottolinea il direttore dell’Upi Cesare Azzali, ricordando che la scommessa vinta di Olivetti è stata quella di aver puntato sul rispetto della capacità di ciascuno di dare un senso alla propria vita. I suoi stabilimenti,erano costituiti da enormi vetrate, e la catena di montaggio era posta al secondo - terzo piano. Perché? «E' importante che chi lavora, tra un pezzo e l’altro, possa vedere il luogo da dove arriva», sosteneva Olivetti.
Adriano pagava i suoi dipendenti due terzi in più della media, costruì mense aziendali dove poter mangiare con le famiglie. Ma non era un benefattore o un filatropo, aveva ben chiaro il controllo di gestione  e il rapporto costi-ricavi. Elemento peculiare della sua esperienza, spiega il filosofo Alberto Peretti, è innanzitutto l’aver prodotto un ampliamento del movente del lavoro. «Egli osa porsi la domanda decisiva, che non è quanto vale il lavoro, ma che cosa vale». La sua risposta è altrettanto coraggiosa: tradurre in progresso civile i risultati del processo produttivo».  In altre parole: rendere fertile il rapporto tra lavoro e capitale al fine di permettere agli esseri umani di vivere un’esistenza piena e compiuta.
«Oggi invece c'è una totale lacerazione tra impresa e territorio», commenta filosofo Salvatore Natoli. «E' questo il principio su cui si basa la finanza: immaginare di poter produrre a prescindere dall’esistenza di un luogo fisico. E i risultati di questa politica si sono visti», aggiunge il consulente e formatore Francesco Varanini. 
Davide Bollati, presidente di Davines  main sponsor dell’iniziativa, ha portato la testimonianza della propria azienda la quale crede che «sostenere e favorire la qualità della vita all’interno delle imprese sia una delle leve fondamentali per promuovere l’aumento delle capacità competitive» e per questo ha redatto anche una Carta etica. In conclusione cosa serve oggi? Imprenditori che sappiano emozionare l’uomo.
 








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