Il «tesoretto» Parmalat non si tocca
Il «tesoretto» di Parmalat non si tocca. Per legge. I 1400 milioni accantonati in questi anni da Enrico Bondi - attraverso le transazioni con le banche giudicate responsabili del crac di Collecchio - non potranno essere destinati agli azionisti. Fino al 2020, anno in cui terminerà il concordato, ai soci del gruppo potrà essere destinato un dividendo non superiore al 50% dell’utile d’esercizio.
Incassano il colpo, ma vanno avanti per la loro strada (con una nota ufficiale emessa in serata), i fondi esteri che hanno vincolato il 15,3% del capitale impegnati a mettere a punto una lista per il Cda da presentare a metà aprile in assemblea. A mettere il sigillo sul tema dei dividendi, da tempo caro ai fondi, è un emendamento al disegno di legge di conversione del Milleproroghe presentato in Aula al Senato. La norma stabilisce che sono inefficaci eventuali modifiche della clausola concordataria di Parmalat, che già oggi prevede l’obbligo di distribuzione degli utili agli azionisti per una percentuale non superiore al 50 per cento. Nella relazione interpretativa si precisa che «l'inefficacia è conseguente anche se la modifica intervenga nello statuto sociale della società. Ciò al fine di mantenere una equa distribuzione degli utili a garanzia dell’interesse dei soci e dell’interesse dell’impresa all’autofinanziamento e più in generale alla stabilità dell’impresa». Insomma, dopo anni di contrasti tra Bondi e i fondi - che hanno negli ultimi anni puntato a fare cassa aspirando alla distribuzione di un dividendo straordinario -, stavolta a vincere è la linea sostenuta dall’ex Commissario straordinario. Una linea che negli anni scorsi era stata tracciata da una serie di avvocati del gruppo che, con diversi pareri legali (tra cui quelli Presti-Portale e Maffei Alberti), avevano interpretato la legge Marzano come delineato ieri dal Milleproroghe. E mentre in Borsa si è vista la delusione del mercato, che ha punito il titolo schiacciandolo fino al 4% (in chiusura -3,2% a 2,16 euro), i fondi esteri scesi in campo per trovare un sostituto a Bondi «confermano che proseguiranno nel lavoro comune per individuare liste di candidati che possano accompagnare Parmalat in una nuova fase di sviluppo». Gli accordi e gli obiettivi annunciati a fine gennaio rimangono «stabili e inalterati», aggiungono. Mackenzie, Skagen e Zenit, legati in un patto di sindacato con il 15,3% del capitale, stanno lavorando su una lista di nomi (per lo più italiani, da Masera a Salza, praticamente certi, a Maurizio Manca come possibile ad) e puntano sul rafforzamento del gruppo sul mercato italiano e sull'espansione internazionale tramite acquisizioni. Ora potrebbe aprirsi un canale - seppur indiretto - di contatto con Bondi.
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