Dagli Appennini alle Alpi
Veniva in mente l’altra sera, mentre al Teatro Regio andava snodandosi l’affascinante collana di canti proposti dal coro della SAT, il risoluto commento di Brahms, amante spassionato del canto popolare, alle critiche di alcuni musicologi convinti che le testimonianze originali dovessero rimanere intatte, sottratte a qualsiasi intervento di armonizzazione: «La scienza con la S maiuscola ha voluto pubblicare ogni scartoffia con cui un grande aveva reso omaggio al proprio sedere», per dire dello stacco tra 'scienza' e poesia. Non a caso Massimo Mila, brahmsiano fervente quanto «patito» della montagna, scrisse che se Brahms avesse ascoltato il Coro della SAT « lo avrebbe aggiunto nel numero delle gioie artistiche che gli dava l’Italia», nella convinzione dell’ineffabile movente poetico che regola da più di ottant'anni la celebre compagine tridentina, con una coerenza che nasce dalla continua messa a punto dello «strumento» per giungere a quella coesione del suono che si variega con infinite sottigliezze. La ragione che, insieme all’innato amore per la montagna, aveva affascinato Benedetti Michelangeli il quale in quella costanza con cui i cantori lavoravano attorno al suono vedeva riflesso il proprio inesausto impegno alla tastiera. E come per il grande pianista, così è stato per altri musicisti insigni, ognuno rilettore attraverso lo spettro dell’armonizzazione della piccola vicenda racchiusa nella semplicità della testimonianza popolare; una prospettiva oltremodo ricca come si è potuto osservare attraverso il programma offerto l’altra sera; proprio nella varietà delle «lenti» il quadro s'illuminava in maniera affatto originale: incisivo il segno di Dionisi quanto filtrato quello di Michelangeli così come dalle armonizzazioni di Pigarelli e di Pedrotti affiorava un senso più positivo della narrazione, un’evidenza marcata al sapore, a volte drammatico, di quelle pittoresche schegge di vita. Prendeva corpo, così, da questa variata antologia il senso più innervato nella sequenza dei secoli che guida questa magnifica compagine, uno dei tramiti più vitali di quella poesia vocale che dalle antiche laudi al madrigale costituisce il connotato più autentico della nostra lunga storia musicale.
A promuovere il ritorno al Regio, dopo diversi anni, della prestigiosa istituzione di Trento è stato il nostro Coro Montecastello, compagine che sotto la appassionata direzione di Giacomo Monica da anni si muove lungo un percorso affine nella rivisitazione di antiche testimonianze sonore della nostra terra, del nostro Appennino in particolare, attraverso il diaframma di una coralità che illumini e renda sensibili le ragioni poetiche racchiuse in quei lontani reperti. Un impegno che è ben risaltato nel gesto di benvenuto, un mazzetto di tre canti delle nostre montagne nella sapiente e sensibile elaborazione polifonica di Monica, fresca e spontanea attestazione della autenticità dei legami che uniscono le due istituzioni. Un clima festoso che è andato via via crescendo, col pubblico che gremiva il teatro entusiasta: generoso il coro trentino - guidato da Mauro Pedrotti, determinato continuatore della tradizione dei «padri fondatori» - ha replicato alcuni dei canti più amati per poi concludere con una serie di applauditi fuori programma. g.p.m.
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