Diario da Cannes - La prima volta dell'attore-carcerato
di Filiberto Molossi
C'era una volta Cannes. Un po' di groppo in gola lo avevano davvero: e non solo loro, che salivano il tappeto rosso e che di quel capolavoro, di quell'impresa, erano stati gli artefici. Ebbene sì, l'ammetto: rivedere De Niro e gli altri presentare la versione restaurata e definitiva (aggiunte sei scene) di <C'era una volta in America> mi ha fatto un certo effetto. Io quel film mi ricordo ancora quando sono andato a vederlo: sono entrato col sole e uscito col buio. E quel telefono che squilla, ininterrottamente, all'inizio resta ancora uno dei più bei incipit cinematografici che abbia mai visto. Per tacere del finale, che ancora ognuno ha una sua idea: e se la tiene stretta. Manca a tutti Sergio Leone, anche ai suoi gangster che adesso sono invecchiati e che forse in tutti questi anni, per citare un indimenticabile dialogo del film, <sono andati a letto presto>. Dorme invece in carcere Aniello Arena: tutte le sere così, da 19 anni. Lui è un gangster vero, anzi era: camorrista con la pistola in pugno, di quelli che i boss mandano quando le parole non servono più. Aniello è il bravissimo protagonista, debuttante nel cinema, di <Reality>, il nuovo film di Garrone. Ma non ha preso l'ergastolo per sbaglio: la sua fedina penale recita <strage>, la sua condanna è <fine pena mai>. Con altri era stato invitato a chiudere la bocca ad alcuni esponenti di un clan rivale. Spararono in strada, come nei film: solo che stavolta era tutto vero. Uccisero un uomo, un altro riuscì a fuggire: ferirono anche un bambino. E una donna morì di infarto per la paura. Aniello, mentre scontava la sua pena, si è iscritto al laboratorio teatrale del carcere di Volterra: diventando in breve l'interprete di punta di quella compagnia di detenuti. Dell'altra sua vita, quella da camorrista dice: <Non sono più quell'uomo>. Discutiamo tanto - e spesso - del ruolo delle carceri in Italia: di quanto sia importante rieducare e recuperare anche chi si è macchiato di delitti odiosi. Non funziona con tutti: fatico, ad esempio, a pensare a una redenzione per chi mette una bomba davanti a una scuola. Ma Aniello ce l'ha fatta: adesso è davvero un altro uomo. Anzi, di più: è un attore. Uno, nessuno, centomila. E la prova vivente che il carcere a volte riesce nel suo obiettivo: accogliere un assassino e restituire alla società una persona.
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