AC/DC, fuoco alle polveri: «Lasciate che ci sia il rock!»
Paride Sannelli
Canteranno pure canzoni per diciassettenni, come vanno ripetendo, ma gli AC/DC dal vivo sono ancora un portento. Lo sanno bene gli 11mila che ieri sera hanno stipato il MediolanumForum fino all'ultimo posto (domani si replica) per lo show che ha riportato in Italia la band dello scolaretto indemoniato Angus Young dopo 8 anni.
L'epopea narrata dagli eroi di «Highway to hell» al popolo del Forum è quella di un gruppo abituato a frantumare qualsiasi record. Bilanci alla mano, con 200 milioni di album in trent'anni e passa di carriera gli AC/DC sono la band che ha venduto di più della storia del disco dopo i Beatles. E grazie ai trionfi del recente «Black Ice», sei milioni di copie polverizzate in pochi mesi, oltre oceano hanno già fatto crollare il primato di Lennon e soci. E il concerto ripaga fino in fondo l'attesa alimentata da 8 anni di latitanza dai palcoscenici. I cinque compaiono infatti in scena da una nuvola di vapore fra il clangore delle rotaie e il sibilo di una locomotiva impazzita col muso puntato nel vuoto, mentre il riff di «Rock'n'roll train» fa impazzire la marea di telefonini accesi e corna luminose indossate dal pubblico, più luciferino del luciferino Angus.
E' il colpo a sensazione di una corsa all'ultimo hit alimentata dal motto «Lasciate che ci sia un suono. Lasciate che ci sia una batteria. Lasciate che ci sia una chitarra. Lasciate che ci sia il rock!» su cui sono cresciuti il sogni di tre generazioni. Quelli che a Milano avevano spinto i fans più irriducibili rimasti senza biglietto a pagare perfino 500 euro per assicurarsi un posto alla festa. Follie che solo gli AC/DC si possono permettere. Ci sono le hit irrinunciabili e c'è quella liturgia stratificata dalla band australiana in anni ed anni di tournée. Un'ora e 45 minuti di pura adrenalina. Solo quattro i pezzi attinti dal repertorio di «Black ice», fra cui quella «War machine» accompagnata da un videoclip con le immagine di un bombardiere e di un vascello pirata col logo della band stampato sulla velatura. Durante «The Jack» Angus si toglie la camicia e per un attimo i pantaloni mostrando un bel paio di boxer col logo della band. In «Hell's bells» rintocca la campana di quel «Back in black» che coi suoi 45 milioni di copie rimane l'album più venduto della storia dopo «Thriller» di Michael Jackson.
Il cantante Brian Johnson, padre inglese e madre di Frascati, si aggrappa al batacchio e poi sputa anche le tonsille per accontentare i suoi fans. A 61 anni il suo non è certo un compito agevole. Il gran finale dà fuoco alle polveri con «You shook me all night long» e l'obbligata «TNT» prima che nell'altrettanto irrinunciabile «Whole lotta Rosie» si materializzi a cavallo della locomotiva un pupazzone gonfiabile di donna in abito non proprio monastici. «Let there be rock» è l'ultimo acuto prima dei bis, in cui trovano modo di affiorare pure «Highway to hell», con gli schermi invasi da fiamme infernali, e «For those about to rock (we salute you)» suggellata come da copione dal boato di sei cannoni comparsi frattanto dietro agli amplificatori.
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