di Lisa Oppici
Rieccoci. Dopo il fenomeno «The Blair Witch Project», una decina d’anni fa, ecco ora un altro film a bassissimo budget divenuto un «caso» grazie al passaparola (anche e soprattutto sul web), che l’ha lanciato e l’ha trasformato in una sorta di gallina dalle uova d’oro.
Anche qui, come in «The Blair Witch Project», i costi di realizzazione sono stati estremamente contenuti, e sono stati ben più che recuperati dagli incassi (oltre 100 milioni di dollari solo negli Stati Uniti, a fronte di una spesa di 15mila). Anche qui, come in TBWP, si gioca molto su un finto «realismo», su un esibito «documentarismo amatoriale» capace di ridurre fortemente il filtro tra opera e spettatori e di agire sul versante dell’identificazione. E anche qui, come in TBWP, il risultato è ben al di sotto delle attese create dal tam tam, al punto che dopo averne visto anche solo una mezz'oretta inevitabilmente si finisce col chiedersi se è tutto lì, se il super-strombazzato horror che «ha terrorizzato l’America» (Spielberg compreso, che l’ha voluto distribuire fiutando l’affare) sia proprio quello che abbiamo davanti. Modesto, il risultato. Modesto cinematograficamente.
Lui e lei, giovani e innamorati, vedono minacciata la loro quotidianità da strani episodi che da qualche tempo avvengono in casa: rubinetti che si aprono da soli, luci che si accendono e si spengono, scricchiolii, porte che si muovono, bisbigli, rumori. È qualcosa d’indefinito ma che c'è, sta lì con loro e si manifesta: una «presenza» che perseguita la ragazza dall’età di otto anni. Per affrontare la situazione lui, dapprima molto scettico, decide di filmare ogni momento delle loro giornate (notti comprese) con una telecamera: e se inizialmente prende il tutto in modo quasi goliardico poi cambia idea, proprio quando nelle immagini registrate della telecamera si notano parecchie stranezze. La situazione peggiora piano piano, giorno dopo giorno, e la tranquillità dei primi tempi lascia spazio a un vero e proprio terrore ossessivo, che deflagra nel (prevedibile) finale.
L'«effetto realtà» già protagonista in «The Blair Witch Project» dilaga anche qui, al punto che questa storia tutta girata in una casa come tante, e con una macchina a mano particolarmente instabile (ciò che lo spettatore vede, infatti, sono solo le immagini raccolte dalla telecamera di Micah), sembra proprio vera. Questo, però, è pochino per costruire un film che sia degno del nome. All’esordiente Oren Peli (che farà il sequel - come dire no a Spielberg? - e che nel frattempo ha già scritto e girato la sua opera seconda) va riconosciuta la capacità di creare una bella tensione - di far paura - con luci, ombre e suoni, senza sangue, ma al di là di questo merito il film risulta molto povero proprio dal punto di vista cinematografico: un giochino fine a se stesso, piuttosto sterile, tutto incentrato sull'idea della normalità minacciata da qualcosa d’indefinito ma comunque terribile. L’originalità della storia non c'è (l'idea del demone che perseguita non è certo nuova), non c'è struttura, non ci sono attori credibili, non c'è «ratio» narrativa: se non ci fosse stato tutto il can can creatogli intorno, «Paranormal activity» sarebbe scivolato via senza essere troppo notato, e senza dolore.
Giudizio: 2/5
SCHEDA
REGIA: OREN PELI
INTERPRETI: KATIE FEATHERSTON, MICAH SLOAT, MARK FREDRICHS
SCENEGGIATURA: OREN PELI
MONTAGGIO: OREN PELI
GENERE: HORROR
Usa, 2009, colore, 1h26'
DOVE: CINECITY, WARNER VILLAGE - THE SPACE CINEMA
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