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Paride Sannelli
Non credo di essere una grande cantante, però mi innamoro delle parole; per me interpretare una canzone equivale a recitare un brano con l’accompagnamento della musica» spiega Liza Minnelli, schiudendo le porte di quel mondo in bilico tra "The world goes 'round" e "I'll be seeing you" che porta sui palcoscenici da quasi cinquant'anni. Anche se alle sue eclissi e ai suoi ritorni ci si è fatta un po’ l’abitudine, averla nel cartellone di Umbria Jazz, dove è attesa domani, e in quello del Summer Festival di Lucca, che l’ospita il 19, movimenta l’estate musicale. E poco importa se la voce della figlia di Judy Garland e di Vincente Minnelli non è più quella di una volta e se giù dal palco la sua è stata una battaglia persa con la vita - annegata nella solitudine, nelle insicurezze, nelle dipendenze da alcol e droga, nelle defaillances sentimentali - perché in scena il contatto col pubblico riesce a trasformarla in un’altra persona, mettendo a nudo la vulnerabilità di un’anima fragile che solo nella liturgia del concerto riesce a smorzare le inquietudini di un’esistenza difficile. «Vi ricordate lo sgabello che utilizzavo nel secondo tempo dei miei concerti? Bene, ora lo uso già nel primo» scherza oggi l’ex Sally Bowles di Cabaret, 65 anni, ironizzando su quell’encefalite virale che nel 2000 minacciò di farle trascorrere il resto dei giorni su una sedia a rotelle. Ma dopo tutto questo tempo è ancora lì, a raccontare la storia delle sue scarpe vagabonde a passeggio per una New York che non dorme mai. L’opportunità di ritrovare il suo pubblico italiano a tre anni dagli ultimi concerti è data dall’album «Confessions», uscito lo scorso autunno per mettere fine a quindici anni di latitanza dagli studi di registrazione. «Il primo ricordo che mi suscitano le canzoni dell’album è quello di me bambina che gioca sotto il pianoforte di casa suonato da amici dei miei come Oscar Levant, Irvin Berlin o Ira Gershwin, fratello di George e mio padrino di battesimo» spiega. «Volevo raccogliere canzoni intime e sexy, mosse da un’autentica sensibilità jazz. Per essere un buon interprete devi essere innanzitutto un buono spettatore e io ho scelto questi brani proprio pensando di stare lì in platea ad ascoltarmi».
Riferimenti musicali ne ha?
«Il più grande è certamente Charles Aznavour, perché ogni suo testo assomiglia ad un copione cinematografico. Abbiamo cantato assieme un milione di volte e siccome pure lui ha una passione straordinaria per la musica afroamericana c’è capitato di duettare dei medley meravigliosi».
E poi?
«Mina, che ritengo essere la più grande cantante al mondo. Per me lei sta alla canzone come Robert De Niro sta al cinema: sono i numeri uno».
Dei tanti con cui ha condiviso i palcoscenici, chi ricorda?
«Difficile dirlo, perché con ciascuno dei miei partner s’è creato un rapporto unico e straordinario. Certo, gente come Aznavour, Sinatra o Sammy Davis jr. mi ha dato moltissimo».
Il jazz è una riscoperta per lei.
«A rafforzare la passione per la musica neroamericana è stato lo studio della danza jazz. Il mio insegnate è figlio di oriundi italiani, all’anagrafe fa Eugene Louis Facciuto ma si fa chiamare Luigi, ha 85 anni e ha danzato in molti film dei miei genitori. Lo considero quasi uno zio e questo nostro legame m’infonde sicurezza».
Fra i tanti amici italiani, a chi si sente più legata?
«Sophia Loren è sempre stata splendida con me e così pure Gina Lollobrigida. Ma non vorrei tralasciare Orso Maria Guerrini, con cui girai ‘Nina’ diretti da mio padre. La cosa più straordinaria di quell’esperienza fu vedere papà all’opera in quello che sarebbe stato il suo ultimo film».
Poi tornò a Cinecittà per girare con Burt Reynolds «Poliziotto in affitto».
«Già, ricordo ancora il fatto che lavorare a cento metri dallo Studio 5 dove Fellini stava realizzando il suo ‘Intervista’ mi emozionava tantissimo».
Tre anni fa a Roma ha gettato una vecchia moneta da 100 lire nella Fontana di Trevi. Il desiderio s’è avverato?
«Direi di sì, perché era quello di poter tornare a camminare come prima e un'operazione al ginocchio ha sistemato le cose. Ma anche di poter continuare a far qualcosa d’importante per i bambini con danni cerebrali di un istituto a cui dedico parte del mio tempo».
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