25/10/2011 -

Arte-Cultura


Amore e desiderio, metafora della vita tra epica e gioco

Domenico Cacopardo
C’è una dimensione epica nell’«Autobiografia erotica di Aristide Gambía», nuovo romanzo di Domenico Starnone: una sensazione difficile da spiegare, ma persistente, pagina dopo pagina, mentre si dipanano le gesta dell’eroe, sovente banali o miserevoli, ma sempre dotate del respiro rotondo di chi sa correre attraverso la vita senza un vero affanno. O, forse, con un vero affanno ch’è contenuto, ristretto tra i binari della razionalità e dell’eros. Non che «il mestiere di vivere» di Aristide sia un semplice e ripetitivo susseguirsi di incontri femminili, di amori e amorazzi.
 Gambía, direttore di una casa editrice, si trova nella privilegiata posizione di chi, incontrando scrittori-scrittrici e aspiranti tali, ha imparato a conoscere la vita e i suoi protagonisti. Soprattutto le sue protagoniste, visto che i rapporti con gli uomini sono, come dire, regolari. Scanditi cioè dall’amicizia, dall’inimicizia, dalla rivalità, dalla concorrenza. Le donne che animano la scena sono donne vere, in carne e ossa, a cominciare da Mariella Ruiz, la femmina che appare, a lungo, all’inizio e al termine del romanzo: qui nel finale, con la rivelazione mancata (è facile immaginare che il figlio di Mariella, morto dodicenne, sia il frutto peccaminoso dell’unico fugace rapporto con Aristide. Ma è o non è così, visto che la cosa rimane sospesa a mezz’aria) e con il desiderio improvvisamente sedato (forse perché anche lui, il personaggio, pensa alla possibile, tragica rivelazione: «Mariella promette di svelarmi perché mi ha cercato, ha in mente di dirmi qualcosa che non solo non ricordo, ma che forse non posso nemmeno capire»). Donne vere: «Gli erano sempre piaciuti gli abiti delle donne, fin da ragazzino: sentirli, sfilarli, servirsi degli odori catturati dalle stoffe come di un promemoria dei corpi che coprivano. Ma ciò che gli piaceva di più era sapere che quegli orecchini, quel vestito, quella spilla, quelle calze, quei colori erano il frutto di una lunga selezione fatta solo per il suo sguardo».
Starnone ha scritto una storia non solo epica, ma anche giocosa, piena di vita e di rinvii. Lui stesso appare infatti, come dietro un velario, nelle pagine finali, nella ibridazione tra l’io-Aristide e l’io-Domenico Starnone, che richiama l’attenzione del lettore sul testo e sui suoi significati, una sorta di espressionismo esistenziale che, tuttavia, attraversa tutto il racconto, in una modernità cercata che lo apparenta, nell’autentica originalità, a Oran Pamuk e a Michel Houellebecq. C’è da precisare, però, che dietro le quinte, nello sfondo, ci sono, ben metabolizzati, Luigi Pirandello ed Eduardo De Filippo.
«Ma, come se premere il pulsante della lampada fosse stato un gesto magico, immediatamente cominciò lo scroscio della doccia nella camera a fianco»: una frase, questa, che dimostra il respiro epico e la «normalità» delle azioni di coloro che animano la scena. Un’allocazione linguistica precisa che mette insieme la lingua italiana e la lingua di Napoli (non dialetto, ma idioma originario) in un felice equilibrio, che arricchisce ulteriormente il romanzo, senza appesantirlo, visto che il ricorso al dialettismo integra il concetto e lo colora. Insomma, Domenico Starnone è «il felice burattinaio Mickey Sabbath» (P. Roth, «Il teatro di Sabbath»). Pur essendo una biografia erotica, questa è una favola, una «ingannevole finzione che però rinchiude in sé una parte di vero» (Socrate), tant’è che, nel gioco dei rinvii, compare anche l’erotomane Berlusconi alle prese con problemi più grandi di lui. Insomma, un bel libro per chiudere felicemente questo 2011: letteratura allo stato puro.
Autobiografia erotica  di Aristide Gambía - Einaudi, pag. 456, 20,00










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