07/02/2012 -

Arte-Cultura


Cina sempre più forte

di Sergio Caroli

La banca americana Goldman Sachs stima che fra dieci anni l’economia cinese sarà tre volte maggiore di quella statunitense, mentre l’Economist calcola che entro il 2050 lo sviluppo della Cina aggiungerà all’economia mondiale una ricchezza pari alla scoperta di altre quattro Americhe. Cifre sbalorditive, che fanno apparire lontana un’era geologica la fine dell’isolamento e l’ingresso della Cina nella storia mondiale intervenuto il 29 agosto 1842, allorché l’Impero cinese firmò il trattato di Nanchino che, ponendo fine alla prima guerra dell’oppio, apriva l’era dei trattati cosiddetti «ineguali», in forza dei quali ogni potenza straniera firmataria conseguiva, unilateralmente, diritti nei confronti della controparte. In pochi decenni quei trattati avrebbero contribuito a sottomettere il Celeste Impero alle potenze occidentali. Da questi eventi prende le mosse il succoso e informato saggio «La Cina nelle relazioni internazionali. Dalle Guerre dell’oppio a oggi» di Barbara Onnis, ricercatrice di Storia e Istituzioni dell’Asia presso l’Università di Cagliari (Carocci, pag. 126, euro 12,50). 
Professoressa Onnis, qualche domanda sulla Cina del dopo Mao. Dalla fine degli anni '70 la politica estera della Repubblica Popolare Cinese appare sempre meno ideologizzata e più pragmatica. Con quali tratti? 
La politica di «apertura» era parte integrante del nuovo programma riformista lanciato da Deng Xiaoping che aveva l’obiettivo primario di salvare il comunismo cinese dopo gli sconquassi dell’ultima fase di governo di Mao, attribuendogli due nuovi compiti fondamentali: lo sviluppo economico e l’ascesa della potenza del paese. La politica di «apertura» era l’espressione, sul piano internazionale, della politica delle «quattro modernizzazioni» (agricoltura, industria, scienza e tecnologia, difesa) e rispondeva alle necessità della Cina, al suo desiderio di guadagnare tempo, importando le conoscenze messe a punto nei paesi più avanzati (sia occidentali sia asiatici) e soprattutto i capitali necessari per la realizzazione dei grandi obiettivi della modernizzazione.
Il 10 dicembre 2003 il premier cinese Wen Jiabao, parlando ad Harvard, esprimeva per la prima volta il concetto di «ascesa pacifica» per rappresentare la futura immagine nel mondo della Cina, che iniziava - lei scrive - a usare strumenti di potere «soft». Quali?
La Cina si è servita principalmente di strumenti di «diplomazia culturale» e di «diplomazia economica», ai quali si è aggiunto un atteggiamento da «grande potenza responsabile» a riprova della volontà di Pechino di proseguire lungo la via di uno sviluppo pacifico e di porsi quale attore responsabile sulla scena mondiale. Tra tutti, quello della diffusione della lingua e della cultura rappresenta senza dubbio uno degli elementi chiave dell’accresciuta influenza internazionale della Cina. Negli ultimi anni Pechino ha investito enormemente nella promozione dello studio della propria lingua e della propria cultura oltreoceano, con l’obiettivo di fare del cinese una lingua dominante non solo in Asia ma anche nel resto del mondo. Un importante contributo su questo fronte è stata la costituzione di una rete mondiale di Istituti Confucio, ovvero centri per l’insegnamento della lingua e della cultura cinese dislocati in ogni angolo del pianeta. 
Leggo nel suo saggio: «Prestiti a tassi praticamente nulli, abolizione delle tariffe doganali sui prodotti africani, condono del debito estero, finanziamento di imponenti infrastrutture, cooperazione tecnica e militare, elargizione di borse di studio, non ingerenza negli affari interni dei nuovi alleati, sono questi i pilastri del ''modus operandi'' cinese in Africa». Si gettano le basi di un’egemonia mondiale  di domani? 
Chissà. Quel che è certo è che l’influenza economica che ne è derivata ha contribuito non soltanto ad accrescere la credibilità di Pechino, ma ha stimolato al contempo il desiderio di replica del successo che la Cina ha avuto nel gestire il proprio sviluppo nazionale. Non è un caso che proprio il continente africano abbia rappresentato il principale terreno di incubazione di un presunto «modello cinese» quale alternativa allo sviluppo. Come in tutte le cose però esiste anche l’altra faccia della medaglia. Il «modus operandi» di Pechino, privo di qualsiasi condizionamento di natura politica ed economica, ha contribuito ad alimentare critiche crescenti in fasce sempre più ampie della società africana. Un esempio per tutti è il caso dello Zambia, il cui attuale presidente (Michael Sata) ha vinto le elezioni lo scorso mese di settembre facendo della lotta alla crescente penetrazione cinese uno dei capisaldi della propria battaglia elettorale.
L’impressionante crescita economica è però accompagnata da inquinamento, bassi salari, disoccupazione, violazione dei diritti umani, mancanza di trasparenza. Quale l’eventuale futuro della Cina sotto questo profilo? 
Sono proprio questi aspetti a suscitare le perplessità maggiori (anche all’interno della stessa Cina) in merito al fatto che la Cina possa rappresentare una valida alternativa allo sviluppo. Fare delle previsioni sul futuro non è mai semplice. L’unica cosa certa è che l’attrattiva del «modello Cina» in futuro dipenderà non solo dalle capacità dei governanti cinesi nel continuare a garantire elevati tassi di crescita, ma anche e soprattutto dall’abilità degli stessi nel gestire i problemi legati al miracolo economico, nonché dalla loro volontà nel riprendere il discorso sulla riforma politica, che il sangue di piazza Tien-anmen ha contribuito a congelare. 
 
La Cina nelle relazioni internazionaliCarocci, pag. 126  12,50
 







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