20/02/2012 -

Arte-Cultura


Progetto-monstre per il Farnese

 Parma ha un rapporto conflittuale con il proprio passato, e con le sue vestigia: quando ci sono le sprezza, quando non ci sono le rimpiange. Maria Luigia è sparita da un secolo e mezzo? E giù a sospirarla. Un anno fa su questa pagina ricordavamo quando, poco prima dell’ultima guerra, si voleva abbattere l’Arco di San Lazzaro ritenuto d’impaccio al traffico. Anche i cavalcavia accanto al Teatro Regio hanno dovuto soccombere alle esigenze nientemeno che del tram. Non parliamo delle mura, d’accordo, la cui funzione era divenuta obsoleta e di ostacolo all’espansionismo urbano, ma la Ghiaia, per dirne una, è sempre stata una palestra del cattivo gusto e della disfunzionalità, a cominciare ovviamente dall’abbattimento delle colonne del Bettoli. 

Per aggiungerne un’altra, ecco che nell’ultimo numero di «Parma per l’arte» (XVII, 1-2) Marzio Dall’Acqua attira di nuovo l’attenzione sul progetto avanzato all’inizio degli anni Cinquanta per ridare vita al Teatro Farnese bombardato nel maggio 1944: trasformarlo in cinema. Grazie ai progetti originali ritrovati e segnalati da Giovanni Godi, lo scenario ricostruito da Dall’Acqua permette di farsi un’idea dell’agghiacciante proposta. Va tenuto presente il quadro successivo al bombardamento del Farnese: la deflagrazione mandò in pezzi le travi dipinte da Lionello Spada nel soffitto rimesse in sesto nel 1913 per il centenario verdiano, distrusse gran parte delle gradinate e compromise la tenuta dell’area scenica.  Poco era rimasto intatto delle logge del piano superiore e  danneggiate rimasero le statue equestri dei Farnese e molti ornati. 
Giusto per evitare ulteriori crolli, nel 1947 furono riparate la strutture murarie e la copertura, che fu lasciata con capriate a vista. Restava un mucchio di travi di legno in parte riutilizzabili, su cui avevano già messo gli occhi quelli che ne volevano fare combustibile per le stufe. Si può comprendere che di fronte a tanto scempio, per il quale comunque un monumento non era più quello di prima – e ricordiamo che il Teatro Farnese oggi non è comunque più quello seicentesco, non è più un teatro dipinto e ricco di ornamentazioni, ma una generosa, meravigliosa, spettacolare ricostruzione in legno realizzata sfruttando al meglio le possibilità che si presentarono dopo il massacro –, è comprensibile che il dubbio su come agire abbia toccato le coscienze dell’opinione pubblica e degli addetti ai lavori. E sarebbe antistorico valutarle con la mentalità odierna che ha maturato il concetto di restauro conservativo, se non si proponessero ancora oggi meccanismi di pensiero così analoghi. 
Siamo del resto negli anni degli incresciosi portici di via Mazzini, dell’abbattimento immotivato della chiesa di San Giovanni in Co’ di Ponte (neppure bombardata) e del non irreparabilmente distrutto Palazzo Ducale, e non dimentichiamo che nel piano regolatore del 1950 si proponeva persino di cancellare l’intatta chiesa di S. Pietro in Piazza Garibaldi. Proposto dall’architetto sissese Mario Vacca nel 1951, il progetto per il cinema-Farnese avrebbe ribaltato il teatro: prevedeva la chiusura dell’ingresso di fronte allo scalone farnesiano spostandolo l’accesso dal lato opposto con una scala nuova, rifacendo la volta in laterizio e cemento, inserendo aria condizionata e le infrastrutture per accogliere circa tremila persone in un politeama pensato per prosa, concerti, cinema. Cara grazia, nell’atrio era previsto uno spazio per esporre documenti sull’antico teatro, che veniva così di fatto cancellato e avulso dal contesto della Pilotta. E non aggiungiamo altri particolari, che chi vuole scoprirà leggendo il testo di Dall’Acqua.
Anche se ci vuole molta indulgenza, si può provare a immergersi nell’entusiasmo di chi, uscito dalle macerie di una guerra come quella, sentiva l’impulso di rinascere anche convertendo un cumulo di rovine a uno spazio per la spensierata dimensione dello spettacolo moderno. Ma in realtà anche allora l’idea non accolse molti consensi, innescando una di quelle astiose polemiche che giustamente Dall’Acqua definisce «alla parmigiana» e che coinvolsero stampa e istituzioni. Si opposero Soprintendenza ai Monumenti dell’Emilia Romagna, il presidente dell’Ente per il Turismo Francesco Borri, e la Deputazione di Storia Patria. 
Persino il neonato giornale «Il piccolo di Parma», che come tutti i giornali locali nuovi (anche oggi) predicava equidistanza con livore (specialmente verso i comunisti), e che spesso brandiva lo stendardo del modernismo (voleva abbattere l’Arco di San Lazzaro, tifava per il grattacielo progettato all’angolo di Via Mazzini, fece il funerale a San Marcellino), inorridì al progetto di Vacca, ed ebbe il coraggio di mettere la mano nella piaga del solito problema: «In verità è difficile salvare contemporaneamente la capra dell’interesse pubblico e il cavolo dell’interesse privato», si legge in un accorato fondo del novembre 1952, «ed è non meno difficile dire fino a che punto nel caldeggiare certe proposte si abbia di mira l’interesse dei cittadini». Era chiaro quali erano gli scopi e i criteri del progetto: «E' una pia illusione coniugare interessi artistici e commerciali». Tramontato il progetto di Vacca, nel 1953 si avanzò quello non meno temibile di Ettore Leoni, Gino Robuschi e Luigi Sassi, già illustrato dallo stesso Dall’Acqua nel 1999 in un articolo sempre in «Parma per l’arte». Sappiamo poi com’è finita la faccenda, per fortuna.
GIUSEPPE MARTINI
 
 
 
 
 







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