21/06/2012 -

Arte-Cultura


Il racconto della domenica - Il profumo dei fiori di magnolia

Anna Maria Dadomo
Adesso che  aveva smesso di andare al lavoro e poteva godere ad ogni ora del giorno di tutta la disordinata bellezza  del  giardino intorno a casa percorrendolo,  fiutandolo, aveva incominciato anche a  scriverlo. Perché quello che non si scrive non esiste. E lei voleva che esistesse. Che non morisse mai.
Ed era stata proprio una mattina d’estate vicino al filare delle magnolie che aveva deciso di non sottrarsi più all’ appuntamento di un lontano ricordo, carico di violenza, che si ripresentava  al respirare il profumo di quei  fiori enormi, bianchi, fragranti,  posati  sul verde lucido e coriaceo delle foglie. Quel profumo la rigettava sull’isola dove lei e l’amica erano andate in vacanza. Dove in realtà  era rimasta sola  fin dal primo giorno perché l’amica, non aveva tardato molto a capire, si era servita di lei per  incontrarsi con l’uomo che amava. Ma il ricordo era un altro. La casa  dove alloggiavano non era lontana dal mare. Al mattino , quando si alzava - il letto a fianco intatto - scendeva il sentiero che portava a una piccola baia ancora in ombra. Sfilava i jeans, slacciava  la larga camicia dentro cui  si nascondeva, tremando nel suo costume nero si sedeva sullo scoglio. Sotto di lei  il mare era  ancora freddo, buio. Dall’alto lei lo guardava, lo fissava  per abituarsi a lui, per prendere familiarità con quell’oscurità rauca, sciabordante, e schiumosa. Tenendosi aggrappata alle scanalature e alle sporgenze della roccia, scendeva a bagnarsi  i piedi, le braccia. Tornava su a sedersi. Le prime mattine quando compiva questa specie di rituale non c’era nessuno, solo qualche pescatore lontano, intento alle sue reti. Poi  comparvero alcuni ragazzetti, due, tre, anche  più negli ultimi giorni,  raccolti in gruppo lontano da lei, sulla riva  dove già c’era il sole. Aspettavano  parlottando tra loro, guardandola di sottecchi. Anche lei li guardava. Anche lei aspettava. D’improvviso, come infastidita da quel tremore che non riusciva a controllare, che anzi aumentava con lo stare lì, ferma, rannicchiata, le braccia intorno alle gambe, la testa sulle ginocchia, si alzava e senza esitazione si tuffava. Riaffiorava con la bocca spalancata a cercare l’aria risentendo il tonfo del suo corpo che cadeva nell’acqua. Nuotava per scaldarsi. Qualche bracciata.  Faceva il morto per recuperare le forze e tornare allo scoglio. Il rumore del mare nelle orecchie era un rombo assordante, e  il cielo aveva lo  tesso colore del  fondo buio sotto di lei che  sembrava  attirarla come una calamita. Si scuoteva da quella malìa, riprendeva a nuotare verso riva. Usciva dall’acqua livida e fredda. I ragazzini la guardavano in silenzio. Si asciugava con la camicia. Il sole adesso incoronava il profilo della roccia  grigia e scura come un’aureola. Ancora un po’e la sua luce avrebbe toccato anche lei, l’avrebbe scaldata, il sangue avrebbe ripreso a scorrere nelle vene rosso,  pieno di pagliuzze d’oro. Quando la sentiva rientrare  la padrona di casa  arriva con il bricco del latte. Caldo. Denso. Cremoso. Non bianco. Ma avorio. Lo stesso colore dei fiori della magnolia su cui era affacciato il balcone dove faceva colazione. E il profumo inebriante  di quei  fiori era il profumo del latte, della  panna che lo ricopriva. E l’avidità dei sorsi  con cui lo beveva  era la stessa con cui respirava quell’aria profumata. E il freddo e la paura annidati nel suo corpo, nella sua pancia come bisce intrecciate  sotto la pietra, la lasciavano. Si rintanavano da qualche altra parte. Fino al giorno dopo. 










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