Il racconto della domenica - Il profumo dei fiori di magnolia
Anna Maria Dadomo Adesso che aveva smesso di andare al lavoro e poteva godere ad ogni ora del giorno di tutta la disordinata bellezza del giardino intorno a casa percorrendolo, fiutandolo, aveva incominciato anche a scriverlo. Perché quello che non si scrive non esiste. E lei voleva che esistesse. Che non morisse mai.
Ed era stata proprio una mattina d’estate vicino al filare delle magnolie che aveva deciso di non sottrarsi più all’ appuntamento di un lontano ricordo, carico di violenza, che si ripresentava al respirare il profumo di quei fiori enormi, bianchi, fragranti, posati sul verde lucido e coriaceo delle foglie. Quel profumo la rigettava sull’isola dove lei e l’amica erano andate in vacanza. Dove in realtà era rimasta sola fin dal primo giorno perché l’amica, non aveva tardato molto a capire, si era servita di lei per incontrarsi con l’uomo che amava. Ma il ricordo era un altro. La casa dove alloggiavano non era lontana dal mare. Al mattino , quando si alzava - il letto a fianco intatto - scendeva il sentiero che portava a una piccola baia ancora in ombra. Sfilava i jeans, slacciava la larga camicia dentro cui si nascondeva, tremando nel suo costume nero si sedeva sullo scoglio. Sotto di lei il mare era ancora freddo, buio. Dall’alto lei lo guardava, lo fissava per abituarsi a lui, per prendere familiarità con quell’oscurità rauca, sciabordante, e schiumosa. Tenendosi aggrappata alle scanalature e alle sporgenze della roccia, scendeva a bagnarsi i piedi, le braccia. Tornava su a sedersi. Le prime mattine quando compiva questa specie di rituale non c’era nessuno, solo qualche pescatore lontano, intento alle sue reti. Poi comparvero alcuni ragazzetti, due, tre, anche più negli ultimi giorni, raccolti in gruppo lontano da lei, sulla riva dove già c’era il sole. Aspettavano parlottando tra loro, guardandola di sottecchi. Anche lei li guardava. Anche lei aspettava. D’improvviso, come infastidita da quel tremore che non riusciva a controllare, che anzi aumentava con lo stare lì, ferma, rannicchiata, le braccia intorno alle gambe, la testa sulle ginocchia, si alzava e senza esitazione si tuffava. Riaffiorava con la bocca spalancata a cercare l’aria risentendo il tonfo del suo corpo che cadeva nell’acqua. Nuotava per scaldarsi. Qualche bracciata. Faceva il morto per recuperare le forze e tornare allo scoglio. Il rumore del mare nelle orecchie era un rombo assordante, e il cielo aveva lo tesso colore del fondo buio sotto di lei che sembrava attirarla come una calamita. Si scuoteva da quella malìa, riprendeva a nuotare verso riva. Usciva dall’acqua livida e fredda. I ragazzini la guardavano in silenzio. Si asciugava con la camicia. Il sole adesso incoronava il profilo della roccia grigia e scura come un’aureola. Ancora un po’e la sua luce avrebbe toccato anche lei, l’avrebbe scaldata, il sangue avrebbe ripreso a scorrere nelle vene rosso, pieno di pagliuzze d’oro. Quando la sentiva rientrare la padrona di casa arriva con il bricco del latte. Caldo. Denso. Cremoso. Non bianco. Ma avorio. Lo stesso colore dei fiori della magnolia su cui era affacciato il balcone dove faceva colazione. E il profumo inebriante di quei fiori era il profumo del latte, della panna che lo ricopriva. E l’avidità dei sorsi con cui lo beveva era la stessa con cui respirava quell’aria profumata. E il freddo e la paura annidati nel suo corpo, nella sua pancia come bisce intrecciate sotto la pietra, la lasciavano. Si rintanavano da qualche altra parte. Fino al giorno dopo.
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