09/10/2009 -

Arte-Cultura


Premio Nobel a Herta Müller

di Giuseppe Marchetti

I giudici dell'Accademia di Svezia sono veramente dei maghi, o come accade ai veri maghi riescono ogni anno nel secondo giovedì di ottobre a sorprenderci con il loro premio Nobel  per la letteratura. Quest'anno, hanno scovato Herta Müller, romena di lingua tedesca, una scrittrice quasi sconosciuta al pubblico italiano (ospite però dell'ultimo festival della letteratura di Mantova), ma di singolare valore. L'hanno scovata  e imposta all'attenzione del mondo. Ecco venirci davanti, dunque, da un paese del Banato romeno, la Müller  che vi è nata nel 1953. Ci appare da lontano, cresciuta in condizioni di vita del tutto sconosciuta nella Repubblica Federale Tedesca  prima di affrontare la sua vocazione letteraria e  cominciare a scrivere. Del tutto particolare è la  storia di questa autrice. Per i romeni-tedeschi del Banato, infatti, il tempo pare si sia fermato alla fine della seconda grande guerra mondiale.

 Dopo il '45, sotto il regime comunista, le vecchie strutture si rafforzano, isolano di nuovo la popolazione di lingua tedesca dalla storia europea, e tornano le usanze del passato, la famiglia come grumo inscindibile di affetti e di odii, assieme alla violenza degli uomini sulle donne. La natura dei romanzi, dei racconti e delle poche poesie che conosciamo di Herta Müller nasce da qui. Herta Müller è una scrittrice di profondo impegno umano e civile, dunque, che cerca di compensare con la realtà della propria esperienza lungamente patita ma anche coscientemente metabolizzata, il lungo cammino del sentimento misterioso che unisce terra, casa, affetti, risentimenti, dolori e privazioni in un groviglio d'impossibile felicità e pietà. Non abbiamo usato a caso il termine «felicità», poiché proprio questa parola magica affiora, sia pure timidamente, fino dal primo volume di prose che la  Müller pubblica  nell'82 a Bucarest, suscitando molto scandalo negli ambienti tedeschi e romeni.

Fra queste pagine c'è già tutto il suo mondo, un mondo di gioia e di speranze spente che torna poi con maggiore evidenza o prepotenza in «Bassure» pubblicato in Italia dagli Editori Riuniti nell'87. Il titolo è quanto mai significativo intendendo riferirsi sia ai luoghi dove i racconti sono ambientati, sia alle vere e proprie bassure  nelle quali vivono i personaggi, condannati così dentro il loro naturale isolamento a sentirsi soli, ignorati e dimenticati. L'arte sottile e avvolgente della Müller  è anche piena di curiosità. Non abbandona mai nelle incertezze o nelle ambiguità i caratteri dei suoi protagonisti, ma li disegna, anzi li incide a tutto tondo nel vortice di pensieri e di comportamenti che  talvolta paiono addirittura incubi. «Bestie del cuore» ripropone questi aspetti crudi e feroci dell'emigrazione interna, senza alternativa che non sia quella della scrittura ormai accettata e usata come visionarietà  irreversibile del codice di scrittura: un processo attraverso il quale la Müller come il suo ex marito Richard Wagner e il poeta Worner Sollner cercano di scoprire e possedere una loro identità, quella che la storia gli nega. Anche sotto questo profilo, l'indicazione del Nobel è interessante non solo come segnale di una valore intimamente letterario e poetico, ma come chiave interpretativa e drammaticamente priva di voce di una minoranza che s'interroga sul passato e sul futuro.

Non è un  caso che il nome e l'opera di Herta Müller vengano associati pertanto alle poesie e ai romanzi di Libuse Monikova e Monika Maron che dalla metà degli anni Ottanta fanno udire le loro voci assai ben distinte dal coro degli scrittori tedeschi più noti... Tali voci non giungono sempre in Italia e rischiano di venir scambiate per esiti minori da una letteratura minore e di confine. Quando l'editore Keller di Rovereto pubblica più di un anno fa  «Il paese delle prugne verdi» (preceduto, negli anni '90, dal romanzo breve «In viaggio su una gamba sola» edito da Marsilio), la critica italiana trascura di parlarne e una delle poche recensioni appare proprio su questa pagina culturale: la scrive Francesca Avanzini, che non si lascia sfuggire l'occasione di segnalare l'originalità e l'impegno stilistico di quel libro. Ma i tempi del regime di Ceausescu  sono ormai fortunatamente lontani e la cultura tedesca del Novecento  ha per dir così già preso possesso di questa parte del piccolo continente chiuso che è il Banato. E' avvenuta una sorta d'annessione e di provocante resurrezione politica, sociale e culturale che l'assegnazione del Nobel per la letteratura  alla Müller consolida ancora di più proprio dal lato della parte sino ad ora più debole, quello delle donne, che la Müller, come dice opportunamente la motivazione del premio, esige ed onora con esemplare dignità.







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