Camillo Bacchini
Incorniciata dai viali di Parma e ben racchiusa tra le mura di Palazzo Giordani, sede della Provincia, in uno spazio insieme raccolto e aperto, un cavedio con copertura trasparente, già cortiletto interno prima della ristrutturazione, si tiene in questi giorni la mostra «Riflessi», che raccoglie le fotografie di Michele Sofisti e le sculture di Giovanni Sala. Dieci anni separano all'anagrafe i due artisti, ed una biografia dalle esperienze diverse. Diversi sono pure i mezzi espressivi, ma lo sguardo attento di Stefania Provinciali, che cura l'esposizione (fruibile fino al 26 del mese), ha scovato analogie di fondo, sinergie di poetica. Rimandi che, anche se non dico formali, né di linguaggio, sono tuttavia incline ad indicare come corrispondenze tematiche quasi naturali e necessarie. Nelle foto compaiono brani di città, che nel momento stesso in cui vengono riconosciuti, perdono subito la connotazione realistica: palazzi fragili, edifici molli, vetrine fantasmatiche scorrono come parvenze veloci. Immagini prese al passo dal fotografo, da un tram in corsa, o in un sonno agitato. I muri sono come liquidi, si sfaldano citando a loro modo le facciate barocche. E perchè tanta precarietà? Perchè sono riflessi; magari dentro una pozzanghera, o dietro un vetro. Di una vetrina si vede il dentro e il fuori, si blocca la durata dell'impressione, e, insieme, in questo gioco di ambiguità, si coglie l'ambiguità stessa della visione sensoriale.
È il nostro mondo, quello fotografato da Sofisti? È, piuttosto, un mondo altro, interiore. Analogamente a quanto silenziosamente andava facendo Valerio Tosi nella seconda metà degli anni Novanta, fotografando pozze e vetrine, Sofisti coglie volti metafisici - i manichini - o di carta - i manifesti, personaggi d'un mondo che non è altro che un'altra faccia del nostro, transeunte proprio mentre si proclama perenne. Anche le sculture di Sala sono riflessi, ma nel senso di residui, resti. Amigdale, pietre levigate frutto di una paleontologia extraterrestre, oppure gusci di molluschi giganti, cozze, seppie d'un mare ormai prosciugato dalla nostra violenza. Oppure cortecce d'un materiale sconosciuto, piombato qui per l'esplosione d'un pianeta vicino.
Inserisci il tuo commento