Francesca Carra
David Lane, inglese, trapiantato in Italia dal 1972, è il corrispondente del quotidiano «The Economist» e da oltre 30 anni si occupa di mafia. Ha girato in lungo e in largo il sud ripercorrendo i luoghi delle stragi, ma anche dei delitti «minori», ricostruendo meticolosamente i fatti, per narrare eventi tragici ma illuminanti di un intreccio inestricabile fra mafia, economia e politica italiana, per chiedersi alla fine se ci sia una speranza concreta di poter recidere quei legami e liberare il Mezzogiorno dalla causa principale della sua atavica arretratezza.
Lane ci offre un libro-inchiesta, ricco di dati e testimonianze, sulla mafia degli ultimi decenni raccontata per località geografica. Si parte dalla mafia più potente e antica, Cosa Nostra di Sicilia, per arrivare alla 'Ndrangheta calabrese, la più feroce e imperscrutabile, transitando per la Puglia con la sua Sacra Corona Unita, la più debole perché meno ramificata, per finire con la Camorra campana, mafia di città, la meglio infiltrata nella politica e nell’economia, perchè flessibile e capace di adattarsi ai cambiamenti. Il risultato di tutto ciò è comunque sempre lo stesso: miliardi di euro che arrivano nelle tasche delle organizzazioni mafiose da estorsioni, commercio di droga, traffico di rifiuti, appalti pubblici, contrabbando. E che planano al nord per riciclarsi in attività «pulite».
Il prezzo per il paese è altissimo: non si contano i morti di stragi, assassinii, regolamenti di conti. Vittime illustri: Giovanni Falcone, Piero Borsellino, Pio La Torre, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Piersanti Mattarella, Giorgio Ambrosoli, don Pino Puglisi (solo per citare alcuni dei tanti nomi riportati nel libro). Ma Lane cita anche parenti innocenti di pentiti, ammazzati perchè così usa fare la Camorra o sicari freddati in agguati senza scampo. Ma, soprattutto, la mafia sembra non conoscere crisi. E si chiede: come è possibile che una democrazia matura come la nostra non l’abbia ancora sconfitta?
La risposta gliela offre l’arcivescovo di Messina Giovanni Marra: «l'influenza principale viene dalla società in cui la gente vive e dalle famiglie in cui crescono i bambini». C'è dunque bisogno di un cambiamento profondo, di cui ci sono in giro solo tracce, come le cooperative di giovani che lavorano i terreni confiscati alla mafia, ma che fanno fatica a vendere i loro prodotti perchè il resto del paese è indifferente.
E con amarezza Lane si chiede che paese è mai questo, in cui si continuano a tributare onori a Giulio Andreotti dopo le molte traversie giudiziarie nelle quali è stato implicato e - si chiede ancora Lane - nel cui Senato siedono Salvatore Cuffaro e Marcello Dell’Utri, condannati per i loro presunti favori all’onorata società.
A chi credere? Al regista napoletano Francesco Rosi autore di tanti film sulla mafia, che dice che la lotta si può vincere o al giudice Scarpinato che indica il male oscuro dell’Italia nella collusione sistematica tra mafia e politica e nella «criminalità della sua classe governante»?
C'è stato un momento in cui la mafia poteva essere sconfitta, dopo gli omicidi di Falcone e Borsellino, scrive Lane. Il paese sembrava li li per insorgere, ma prevalse la rassegnazione. Ed è rassegnato anche l’autore che chiude il suo libro chiedendosi come possa ancora sopravvivere la speranza in un cambiamento.
Terre profanate
Laterza, pag. 33918,00
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