Anna Maria Dadomo
Andava spesso a trovare la mamma, un rito doloroso e malinconico che si ripeteva ormai da alcuni anni. Se era bel tempo, faceva a piedi la strada: la vecchia villa dove era cresciuta e che aveva lasciato dopo il matrimonio, non era lontana. Si serviva dell’ingresso secondario (quello principale era stato chiuso dopo la morte del padre e mai più riaperto) dopo aver percorso un breve sentiero inghiaiato. Il senso di trascuratezza e di abbandono che si coglieva appena varcato il cancello era immediato: molte delle esili colonne che sorreggevano la balaustra che divideva il selciato intorno alla villa dal giardino, erano corrose e legate da fili di ferro, altre erano a terra spezzate, altre ancora addossate al muro insieme a parti di cimasa, l’intonaco dei muri era staccato in più punti, il colore giallo sbiadito. L’erba cresceva ovunque.
Lei e il fratello avevano convenuto di non intervenire, di non porre mano a nessun restauro quasi che la lenta decadenza della casa rispecchiasse il lento spegnersi della mamma: ogni decisione al riguardo sarebbe stata presa dopo.
Adesso che la mamma non camminava più, la saletta della televisione a pian terreno era stata trasformata in camera da letto.
Si recava subito da lei, la salutava chiamandola per nome, sottovoce, accarezzandole le guance, la fronte: nessuna reazione. Non la riconosceva più. Le cercava la mano rattrappita sotto le coperte, la stringeva tra le sue. Notava la camicetta a fiorellini , il golfino bianco, il cerchietto che le teneva fermi i capelli. Tatiana, la giovane che si prendeva cura di lei, aveva aspetti che la infastidivano (la bolletta del telefono era salita, dopo pochi mesi, a cifre vertiginose; aveva frugato in tutti i cassetti e in tutti gli armadi della casa; la sigaretta sempre accesa tra le labbra...) ma trovava la mamma pulita, in ordine, e questa, si diceva, era l’unica cosa che importasse. Ogni volta il vederla in quello stato vegetativo la feriva, distoglieva lo sguardo da quel viso amato e lo posava vacuo sulla libreria, i quadri, i mobili, le porcellane nella vetrinetta…Tutto era fermo, immobile, come in attesa.
Quel giorno l’aria era calda e luminosa; trovò il portone dell’ingresso principale aperto, le finestre della sala spalancate. Stava per attraversarla quando si fermò di colpo: un grande vaso traboccante di rose era posto al centro del tavolo ricoperto dal tappeto antico che la mamma era solita mettere per le feste, e un altro vaso di rose era sul tavolino delle fotografie, e altre rose erano sulla cassapanca del salone, sulla libreria ...ovunque si girasse c’erano rose. Mai lei e la mamma avevano colto così, con tanta leggerezza, con noncuranza, quelle rose: le centifoglie antiche odorose mistiche, dal colore rosa intenso, che fiorivano una volta all’anno e mandavano un profumo inebriante. Quando la siepe era fiorita percorrevano insieme il viale ammirandole già da lontano, si piegavano per odorarle, solo alcune ne coglievano, poche, da mettere davanti alle fotografie dei loro cari.
Incurante delle spine, tolse con rabbia tutte le rose dai vasi, corse fuori e le gettò dietro la balaustra, versò l’acqua dei vasi, levò il tappeto dal tavolo.
- La Signora! - disse a denti stretti – Vuole fare la Signora ! -. Si sentiva soffocare. Impaziente che Tatiana tornasse (- Sarà andata a fare la spesa, la solita scusa - ) si sedette sulla panchina di cemento contro il muro ad aspettarla : una rosa era rimasta impigliata nel rigoglio del glicine, le altre, per terra, splendevano magnifiche e lussuose.
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