di Andrea Violi
«L'armata perduta» gli ha fatto conquistare il premio Bancarella, lo scorso luglio. Ora Valerio Massimo Manfredi torna in evidenza nelle librerie con un altro romanzo storico, «Le idi di marzo», che in queste settimane è balzato fra le opere più acquistate in Italia. Parma non fa eccezione: secondo la classifica "I più venduti" pubblicata nella nostra pagina culturale di martedì scorso, «Le idi di marzo» era il libro di narrativa più venduto in città.
Dopo aver raccontato le gesta di un'armata greca al soldo di un sovrano persiano, Manfredi si occupa della vicenda di Giulio Cesare, in una chiave particolare: si concentra su una serie di eventi che hanno portato all'assassinio del conquistatore delle Gallie. E al fallimento di chi ha tentato di impedire la congiura.
In questo periodo Manfredi sta lavorando sul piano letterario ma ha anche un impegno per il cinema. Sta preparando la base per la sceneggiatura di una trilogia di film epici, in un lavoro molto impegnativo. Ma su questo l'autore non fornisce dettagli: può solo dire che l'impegno riguarda una grande produzione internazionale e coinvolge un regista "colto, raffinato e preparato". Per lui il cinema è un ambiente divertente ma la sua grande passione è la letteratura.
"LE IDI DI MARZO". Manfredi presenterà il suo ultimo romanzo a Milano il 12 dicembre, nella Villa San Carlo Borromeo, durante una cena tutta a base di prodotti tipici di Modena. Per lo scrittore, nato vicino a Castelfranco Emilia, sarà l'occasione per parlare del libro e per fare un excursus (in toni leggeri) su alimenti dell'antichità che in qualche modo possono costituire l'origine dei prodotti tipici che abbiamo oggi. Le notizie sono limitate, le fonti parlano poco di questi aspetti: ci sono accenni ad esempio nelle opere di agricoltura di Varrone, Plinio o Golumella. Si possono riconsiderare le specialità, come la saba, il mosto concentrato, il vino sottile...
Come si svolge la storia de «Le idi di marzo», da quale punto di vista?
Non c'è un punto di vista. È raccontato come un thriller, scandito per giorni, ore e luoghi. Ci muoviamo da Modena a Orvieto, dall'Appennino a Roma, fino alla villa suburbana di Cicerone. Non è la storia di Cesare. È la storia di otto giorni incalzanti, che si accavallano e culminano con l'assassinio di Cesare. Ci sono personaggi immaginari ma sono pochissimi. Da un lato c'è un suo fedelissimo (di Cesare, ndr) che nei pressi di Modena viene a sapere dell'eventualità di una congiura e corre verso Roma per avvertirlo. Una lotta contro il tempo. Altri personaggi cercano di impedirgli di avvertire Cesare. Finché tutto si decide nella capitale.
Questo è un romanzo storico. Quanto c'è di invenzione e quanto di storia?
Essendo un romanzo si potrebbe dire che di storia non c'è niente, zero. Però si può anche dire che c'è “tutto”. I fatti legati a Cesare sono avvenuti, ma non nel modo in cui io li descrivo, la mia è sempre un'opera di immaginazione. Il romanzo si propone come una storia raccontata in modo emotivo. Il suo scopo è dare emozioni, non dare nozioni.
Nella vicenda di Cesare ci sono temi sempre attuali, come le dinamiche legate al potere, il tradimento... Può insegnare qualcosa?
Ci sono due scuole di pensiero: secondo alcuni la Storia non insegna nulla, secondo altri la Storia è esperienza e memoria, costituisce una base per migliorare il mondo.
Secondo lei chi ha ragione?
Gli esseri umani sono gli stessi, cambiano gli ambienti. Più andiamo indietro nel tempo e più gli ambienti cambiano: Cesare non aveva conosciuto fatti come le guerre napoleoniche o pensatori come Hegel e Marx, né aveva sentito parlare di Gesù Cristo. Queste cose contano. La cinica tranquillità di Cesare nel raccontare un massacro è tipica del suo tempo: lui non è più cattivo di noi. Anzi, quelle cose sono un pic-nic in confronto a ciò che facciamo oggi. Nell'antichità si contano tre o quattro città rase al suolo. Nella Seconda guerra mondiale quante ne sono state distrutte, con civili massacrati? Più attuale del passato non c'è nulla, perché vive solo se i contemporanei lo considerano e lo richiamano.
Fra le sue opere precedenti ce n'è una alla quale è più “affezionato”?
Non in particolare, sono talmente diverse l'una dall'altra. Un'opera che mi ha cambiato la vita è la trilogia su Alessandro («Aléxandros», tre libri pubblicati nel 1998 sulla storia romanzata di Alessandro Magno, ndr). È stata pubblicata in 55 Paesi e in 32 lingue.
Quest'anno ha vinto anche il Premio Bancarella.
Sì, grazie a Dio. E ai giudici. È una grossa soddisfazione, perché è uno dei premi più importanti. È stato un momento molto bello ed emozionante, c'erano i miei amici... Una festa.
Prima di entrare tra i finalisti se lo aspettava?
Prima di andare in piazza (a Pontremoli, ndr) no. Dopo un po' però ho capito che avrei vinto: dalle buste, che sono sigillate, usciva spesso il mio nome!
E ora qual è il prossimo progetto?
Be', io lavoro sempre... Sto lavorando a un film. Il cinema è un ambiente divertente, eccitante altrimenti non mi ci metterei e permette di cimentarsi con cose diverse. Ma l'ambiente dell'editoria è unico.
Inserisci il tuo commento