di Andrea Violi
Massimo, un giovane tifoso crociato, muore poco tempo dopo una partita del Parma contro il Livorno. Una partita con scontri fra tifosi ma soprattutto collegata alla perdita di uno striscione. Un fatto grave, per un gruppo di ultrà. E Massimo scompare, poi torna, in seguito di nuovo scompare, per ritrovarsi con il cranio fracassato dopo un misterioso agguato. Sulla scomparsa di Massimo indaga un giornalista sportivo, Corrado Grisendi, che - dapprima riluttante, poi sempre più incuriosito dalla vicenda - vuole dare una risposta ai nonni, Settimio e Wilma: perché il nipote ha perso la vita? In che misura c'entra il calcio?
È questo il «filo rosso» seguito da Paolo Bonacini nel suo romanzo «Morte allo stadio» (edito da Miraviglia). Bonacini è direttore di rete a Telereggio e per la seconda volta si cimenta con la narrativa. È un romanzo che nasce dalla voglia di ragionare su di noi, sulle terre d'Emilia. E in un'intervista a Gazzettadiparma.it l'autore dà qualche anticipazione sulla trama e sulle riflessioni di fondo. (Puoi ascoltare uno stralcio dell'intervista nel contributo Audio allegato a questo articolo: clicca nella colonna centrale)
«Morte allo stadio» è un titolo che colpisce... Che storia è?
Il luogo baricentrico della storia è San Prospero, dove vive la famiglia di questo ragazzo tifoso del Parma. Fa parte di una tifoseria che ho inventato, i Rino Crociati, e vive con i nonni in seguito a una storia di dolori famigliari. E il giornalista Corrado Grisendi vuole scoprire perché è morto. Guarda all'indietro, non tanto agli scontri del dopopartita di un'ipotetica Parma-Livorno di serie A. Invece ha voglia di ricostruire la vita di questo ragazzo.
E cosa scopre?
Finisce inevitabilmente sulle rivalità fra Reggiana e Parma e le lunghe storie che l'hanno caratterizzata. Questo romanzo, per me, è un modo per “indagare” il mondo degli ultras. Un mondo che chi non va realmente allo stadio non conosce.
Le vicende raccontate nel romanzo hanno una collocazione temporale?
No. Si tratta di un'ipotetica partita Parma-Livorno di serie A perché, quando ho iniziato a scrivere un anno e mezzo fa, entrambe le squadre erano in A. Il romanzo si svolge nell'arco di due settimane, in 360 pagine. Può essere oggi, un anno fa o l'anno prossimo: non ci sono riferimenti temporali precisi.
«Morte allo stadio» però prende spunto da un episodio realmente accaduto al Tardini nel 1990, durante il derby Parma-Reggiana... vero?
Sì. In quell'occasione la tifoseria reggiana degli Ultras Ghetto perse lo striscione, che fu “catturato” dai tifosi di Parma. Io, non essendo un ultras, prima non sapevo che, quando una curva perde lo striscione, è la massima onta, il massimo sberleffo. La tifoseria granata si sciolse e so che a quello striscione i tifosi del Parma ci tengono ancora molto. Nella realtà, il ragazzo reggiano che perse lo striscione ne ha patito le conseguenze per lungo tempo.
Le conseguenze... in che senso?
Uno deve pagare pegno per lungo tempo tra i suoi tifosi. Magari in seguito si addossa colpe che non ha, per esempio, proprio perché deve espiare la sua “colpa”.
Pare di capire che anche il tifoso del Parma di cui si parla nel romanzo abbia avuto problemi del genere.
Non voglio anticipare tutto il romanzo... Certo, per scoprire le ragioni della morte bisogna ricostruire anche la storia sull'altro versante dell'Enza, di questo episodio lontano nel tempo. Il ragazzo reggiano (costretto, dico nel libro, ad una vita distorta) e il tifoso del romanzo hanno subìto conseguenze anche negative dall'essere tifosi: uno ha avuto vari problemi, l'altro è morto. Si scoprirà che storie molto diverse hanno tanti punti in comune. Quello che a me interessa è l'idea del rito, della comunità, della collettività. Io non esprimo un giudizio sugli ultras, né nel male né nel bene. Cerco di descriverlo, facendo capire la forza di un gruppo che si riunisce attorno a dei simboli e dei riti. Una forza che si esprime in momenti molto belli, come l'esaltazione e la gioia per la vittoria, fino ai momenti brutti, quando succedono dei drammi. Io scrivo un romanzo, ma non dimentichiamoci che 14 ragazzi sono morti negli ultimi 10 anni attorno al tifo, attorno agli stadi.
Il personaggio del giornalista sportivo Corrado Grisendi è un alter ego dell'autore?
Come si fa a dire di no!?! (ride) Ho impostato un giornalista di una televisione locale, io dirigo una tv locale... In realtà, rispetto al mio primo romanzo vorrei sganciarlo sempre più da me, perché viene voglia di raccontare ciò che c'è attorno a Corrado Grisendi: è un alibi per poter descrivere le nostre terre e i nostri luoghi. Chiedo scusa ai parmigiani, se da reggiano mi permetto di “passare di là dal fiume” e venire a scrivere a casa vostra. Penso però che abbiamo tante cose in comune. Ad esempio, i due nonni del ragazzo che muore possono essere tanto di Parma quanto di Reggio Emilia.
Proprio sul tema della storica rivalità fra le due città, che va oltre il calcio: lei non pensa che, in una società multietnica come la nostra, sia una rivalità un po' superata?
Io penso che sia molto superata. Eppure mi pare che sia ancora un fatto vero, reale. Vedo gli slogan delle tifoserie che fanno sempre riferimento all'altra sponda: il nemico storico del Parma è la Reggiana e viceversa. I destini hanno diviso le squadre ma resta questa dimensione, del nemico che dà forza a te. È la dimensione che attiene ai riti collettivi e ai gruppi, all'identità dell'essere tifosi. Una situazione analoga? Livorno e Pisa, che hanno una rivalità uguale a quella di Parma e Reggio. Io però credo che reggiani e parmigiani siano amici, anche se dentro allo stadio, in alcuni settori, scatta una molla vera, che resiste.
Nei giorni scorsi una negoziante di Reggio ha messo un cartello in vetrina: “Chiudo e vado a Parma, dove i commercianti sono accolti meglio”. È un caso limite o è l'emblema di un fenomeno? Cosa ne pensa?
A Reggio su questo c'è molto dibattito, io penso abbastanza drogato dalla politica. Se qualcuno che non viene a Reggio tutti i giorni si reca in città, oggi vede una città molto più bella. È stato fatto molto per abbellirla nelle piazze e nelle vie. Poi è vero che le dinamiche sociali e la presenza di extracomunitari portano a una modificazione sociale del centro storico. Di sera a Reggio Emilia è più facile vedere un extracomunitario che un reggiano. Io frequento ogni tanto Parma e, da questo punto di vista, la vedo come una città più ricca, più viva e forse all'apparenza più accogliente. Ma (nel caso della negoziante reggiana, ndr) penso che ci sia anche la “sindrome di Norkköping. Cioè il cittadino che vede sempre bello ciò che fuori dalla propria città. In questo caso nella reazione di un commerciante si idealizza non tanto Parma in quanto tale ma un altro luogo, in generale.
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