(Franco Zuccalà/Italpress)
MILANO - Cesare Maldini domenica compie 80 anni. Ha attraversato tante epoche di un calcio in continua evoluzione. Quando cominciò a giocare, nella natia Trieste, il calcio era un’altra cosa: un atto di fede, era un gioco eroico, il pallone era pesantissimo, le calzature sembravano delle armi improprie, le partite un avvenimento epico. Cesare aveva vissuto la guerra in un posto di frontiera come la città giuliana. E quando il Milan lo chiamò, lui capì che era la svolta della sua vita.
Divenne il fedelissimo di Nereo Rocco che ne fece il suo scudiero, il capitano e il suo consigliere. Il Paron chiamava Cesare, Rivera, Ghezzi, Pivatelli Sani, Schnellinger e qualche altro, nelle varie epoche, per decidere il piano di battaglia delle partite, se dare o no fiducia a un giocatore, addirittura le marcature. Non per nulla Cesare Maldini, nella sua carriera di allenatore, si è sempre ispirato al suo vecchio allenatore. Cesare è stato il primo giocatore italiano a sollevare una Coppa dei Campioni, a Londra, nel 1963, ha vinto quattro scudetti (1955, 1957, 1959 e 1962) e una Coppa Latina. Dopo l’esordio in serie A a Palermo il 24 maggio 1953 (0-0) ha giocato 412 partite nel massimo campionato: 32 con la Triestina, 347 col Milan, 33 col Torino, segnando in tutto tre gol. Poche le presenze in Nazionale (14), con esordio il giorno della Befana 1960 a Roma con la Svizzera.
La sua carriera di allenatore lo ha visto sulle panchine del Foggia e del Milan, prima del salto in azzurro: tre titoli europei con la Under 21, prima della promozione alla Nazionale maggiore con cui esordì -guardacaso- ancora a Palermo contro l’Irlanda del Nord (2-0) il 22 gennaio 1996.La sua gestione azzurra venne dopo quella, molto sofisticata, di Arrigo Sacchi e venne definita "pane e salame": si fermò ai Mondiali del 1998 in Francia, dove l’Italia fu eliminata dai padroni di casa per 4-3 ai rigori nei quarti. La sua più grande soddisfazione forse è stata la vittoria a Wembley contro l'Inghilterra, con gol di Zola. Quel giorno in campo c'erano due Maldini, Cesare e Paolo. Non era successo mai, in azzurro, che papà e figlio fossero in campo, da allenatore e da capitano. In effetti la "dinastia" dei Maldini detiene un record mondiale, difficilmente battibile: ben dieci finali di Champions League. Certo, non tutte vinte: Cesare ne ha giocate due, conquistandone una; Paolo ha dato il suo contributo alla disputa, da parte del Milan, di ben otto finali (cinque vinte). Insomma, nella bacheca di casa Maldini ci sono Coppe dei Campioni, scudetti, Supercoppe europee, Coppe Intercontinentali, ecc. Quale famiglia può vantare un simile palmares ? Nessuna, crediamo. "Il merito dei successi della nostra famiglia - ha ripetuto Cesare diverse volte - è della società rossonera che ha un’organizzazione eccezionale sin dai miei tempi. Con l’arrivo di Silvio Berlusconi al vertice, il Milan è diventato uno dei migliori club del mondo e si vede anche dai risultati". Ma chi ha aperto la strada a tanti successi è stato l’ottantenne Cesare.
Tuttavia, dopo Paolo ci sono altri due Maldini, Christian e Daniel, pronti a battere le strade di papà e nonno. Certo, finora la premiata ditta Cesare & Paolo Maldini ci ha offerto oltre sessant'anni di calcio pluridecorato e ad alto livello. Buon sangue non mente. Cin Cin, vecchio Cesare.
Quella rimonta parmigiana
Il giusto omaggio di Zuccalà a Cresare Maldini dimentica una importante parentesi parmigiana. Cesare maldini, infatti, fu chiamato da Ernesto Ceresini, che ancora credeva nella possibilità di rimontare la lanciatissima Triestina nonostante la brutta partenza della gestione Landoni.
E Maldini riuscì nel miracolo. Valorizzò il giovane Ancelotti alle spalle di Scarpa e Bonci. Inventò a Torresani (l'allenatore dei Crociati Noceto una posizione di finta ala). Inventò una particolarissima staffetta Colonnelli-Toscani e finì per cancellare, lui triestino di nascita, il sogno dei suoi concittadini: prima con la vittoria a Trieste nello scontro diretto (gol di Bonci), poi nello spareggio di Vicenza vinto 3-1 (prima Scarpa, poi la doppietta di Ancelotti nei supplementari con il Parma in dieci per l'infortunio a Agretti. In porta il dottor Boranga).
L'anno successivo il clima si incrinò soprattutto con i "senatori" dello spogliatoio. Finì con l'esonero, una (infelice) lettera alla Gazzetta della squadra e con una ormai inevitabile retrocessione, nonostante i tentativi del nuovo tecnico Tom Rosati.
Chi scrive, allora inviato 21enne della Gazzetta nel ritiro sulle colline vicentine prima dello spareggio, ricorda non solo le qualità del tecnico in quella rimonta, ma anche la disponibilità e la gentilezza verso il cronista "pivellino". Buon compleanno, mister ! (g.b.)
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