Gabriele Balestrazzi
Fra le tante critiche che potrete fare a questo articolo, nessuno potrà accusarmi di simpatie nerazzurre. Anzi, se simpatie potevano esserci, martedì sera davanti al video, erano inevitabilmente per l'ex golden boy crociato (e poi pilastro rossonero) Carletto Ancelotti, che però non ricordavo da tempo così "sgonfio" - e non mi riferisco alla linea - e quasi perdente in partenza.
Ma allo stesso tempo, mi sarebbe dispiaciuto - pur rinunciando all'arlìa con tanti amici nerazzurri - se Londra avesse segnato la fine (come sarebbe stato in caso di sconfitta) dell'esperimento italiano di Josè Mourinho. Al di là di certi atteggiamenti e di certe frasi sopra le righe, infatti, già prima di Londra era evidente lo sforzo del tecnico portoghese di dare all'Inter, che potenzialmente è da 2-3 anni fra le prime squadre al mondo, una identità e una mentalità adatte. Un cammino che si era già visto fra la lezione di Barcellona e la rimonta in Russia, ma che ora necessitava di un avallo nella sfida col Chelsea.
Una sfida vinta all'inizio con la scelta di uno schieramento che anzichè limitarsi a difendere il 2-1 puntasse a fare risultato anche a Londra. Una scelta poco evidente nel primo tempo (uno dei più brutti visti a quel livello), ma esaltata poi nella ripresa soprattutto grazie alla genialità di uno Snejider che già da solo spiega i limiti della politica del Real Madrid negli ultimi anni.
E così, giustamente, ora Mourinho è celebrato da tutti. E la gara di Londra viene accostata a quella di Madrid in cui Il Milan di Sacchi (e Ancelotti...), capovolgendo la mentalità catenacciara di decenni di calcio italiano, andò a dominare al Bernabeu, ponendo le basi del terrificante 5-0 del ritorno a San Siro.
Speriamo che sia un esempio per tutto il nostro calcio (e magari anche per il nostro Parma, bravissimo ma a volte un po' sparagnino). Anche se Mourinho sa bene che i detrattori sono sempre pronti a colpire. A Londra, in fondo, l'Inter non ha conquistato ancora nulla. Ed ora, paradossalmente, i nerazzurri dovranno gestire uno sforzo difficilissimo e aperto ad un bivio: l'accoppiata scudetto-Champions (impresa difficililssima, ma alla portata dei nerazzurri) e l'incubo dello "zero tituli", poichè le energie fisiche e mentali dedicate alla Champions potrebbero riflettersi negativamente su un campionato che il Milan e qualche decisione arbitrale (ma forse anche a Londra si è visto un mezzo rigore in area nerazzurra) hanno riaperto.
Insomma, anche per Mourihno gli esami non finiscono mai. Ma l'Inter di Londra è una squadra che, ahimè, non ha limiti.
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