07/12/2011 -

Speciali


Quelle fioriture temerarie

Sandra Migliavacca

Una passeggiata su una scogliera in inverno mi induce a riflettere quanto la natura sia violenta e spietata verso certe piante e quanto loro riescano con espedienti e con grande tenacia, a sopravvivere nonostante le condizioni proibitive. I venti sulle coste marittime nella stagione fredda si abbattono come frustate salate sugli alberi, gli arbusti e sui fiori che lì si sono naturalizzati sottoponendoli a dure prove di sopravvivenza ma è incredibile osservare quali evoluzioni e quanta fantasia questi esseri viventi riescano a produrre nel tentativo di fronteggiare gli agenti atmosferici più ostili.
Le rocce sono ricoperte di piante le cui radici e i cui rami sono aggrappati come artigli a piccole fenditure inospitali dalle quali miracolosamente traggono la vita e il nutrimento. Più che piante sembrano polipi aggrappati accanitamente con i loro tentacoli alle superfici di pietra. Anche gli arbusti più coraggiosi non riescono a superare il metro di altezza in queste condizioni e più che ergersi verso l’alto, sembrano essere stati spalmati sul suolo da una mano spietata. Intere colonie di timo selvatico dipingono le grigie distese rocciose ma prima di arrivare al fiore, questi piccoli cuscini colorati, deformati dal vento, mettono in mostra i rami piegati e spogli quasi fossero ventagli le cui decorazioni hanno origine da nude stecche di legno. Piante ardite come il Crithmum maritimum riescono ad infilarsi tra gli anfratti più impensabili di architetture scultoree che vento e onde hanno forgiato nei secoli. Davanti ai miei occhi, c’è una di queste piante, le cui foglie sono accolte come dentro ad una coppa di champagne che è la roccia che la ospita, ma il cui stelo altro non è che la radice della pianta. La cosa eccezionale è che si origina 40 cm più in basso e non è certo nella sua natura visto che in condizioni  normali questa pianta ha l’aspetto di un folto arbusto compatto largo oltre 1 metro più che alto e pieno di foglie grasse.
La vera sorpresa però la incontro poco più avanti quando mi imbatto in una vera stramberia della natura: la carcassa di una vecchia moto, ospita nel suo serbatoio arrugginito, un bell’esemplare di cactus opuntia che sfoggia tutto il suo acuminato splendore. Grazie alle sue spine tremende, forse nessuno ha osato asportarla da quel contenitore tanto originale e mi sorge addirittura il dubbio che la sua presenza lì sia il prodotto della fantasia di un giardiniere bizzarro e creativo che ha sentito il bisogno di dare un senso estetico a quelle tristi esistenze finite che sono le carcasse dei mezzi abbandonati.  In realtà quello è un luogo piuttosto inaccessibile ma come ci sono arrivata io, può esserci stato chiunque altro anche se, vista la condizione della moto, in tanti anni anche un uccello o il vento stesso potrebbero avere favorito la nascita di quella pianta senza l’aiuto dell’uomo. Mi viene alla mente a proposito, l’incredibile spettacolo delle fioriture dei capperi viste in Sicilia. Strabordanti cuscini di fiori viola e bianchi erano attaccati come per miracolo ad alte pareti apparentemente piatte e compatte come se una colla magica o una invisibile ventosa li tenesse sospesi nel nulla, a perpendicolo su uno strapiombo vertiginoso, leggeri come in assenza di gravità 








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