15/12/2009 -

Speciali


Il problema non è spogliarsi, ma saper dire qualcosa di intelligente

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di Andrea Violi

Nel suo ultimo spettacolo, scritto e interpretato da lei, la protagonista è una donna sola. Sola di fronte alla separazione dall'uomo amato, di fronte alla morte di lui. «Ventiquattro dicembre - un monologo» ha debuttato a Fontanellato dal 19 al 21 novembre. Franca Tragni - che lo ha scritto e lo interpreta - spera di replicarlo.
La donna che porta in scena in questo caso vive una situazione drammatica. Altre volte le donne alle quali la Tragni dà volto e voce sono allegre e un po' sgangherati, da Irma a Tecla. Sul palco e nella vita c'è una buona distanza dall'archetipo della donna-oggetto, della starlettina che si muove e non parla. C'è distanza dall'immagine del corpo femminile sfruttato dallo showbiz.
E personalmente Franca Tragni non si è mai sentita una donna-oggetto. L'attrice-cabarettista parmigiana accetta comunque di esprimere le sue opinioni sul tema: per lei una donna può anche spogliarsi per un calendario o in tv. Il vero problema? Quando le donne non sanno dire qualcosa di intelligente, in tv.

Secondo lei, non sempre, nei media, le donne nude o comunque poco vestite e  poco «impegnate» rappresentano una mercificazione: «Ci sono pubblicità con donne bellissime... E poi il calendario Pirelli: secondo me è un'opera d'arte - dice la Tragni -. Pensandoci a freddo, mi viene da criticare non tanto l'uso del corpo femminile, quanto la volgarità. Se usato con garbo, il corpo femminile è piacevole, invece in televisione e in certi giornali di gossip c'è una volgarità imperante».
Secondo Franca Tragni esiste una soluzione, sebbene non definitiva: «Quei giornali io non li leggo e la tv quasi non la guardo, proprio perché l'imbecillità imperante mi disturba, ancor più dell'uso del corpo delle donne».
La donna-oggetto fa parte della cultura moderna e praticamente è considerata normale, anche dai piccoli. Franca Tragni l'ha toccato con mano. Tiene laboratori teatrali in alcune scuole di Parma (un'esperienza che - ci tiene a dirlo - «mi piace moltissimo, c'è un grande scambio con i ragazzi). Da questa esperienza di insegnante, la Tragni può confermare che spesso chi è in età da scuola media sogna di diventare calciatore (e questa magari non è una grossa novità) o velina / ballerina tv. Categorie i cui esponenti, detto per inciso, tendono a fidanzarsi fra loro.
«A scuola non tutti e tutte sono così - precisa la Tragni - ma quello che mi sgomenta è che comunque molti ragazzi e ragazze pensino a modelli televisivi, quando chiedo loro cosa vogliano fare da grandi. La tv spegne la naturale creatività dei piccoli». E magari crea assuefazione - anche nelle future donne - al fatto che l'involucro e l'apparenza siano più importanti del contenuto. Il dibattito su questo punto è aperto.

«Spero che le femministe non si arrabbino - continua Franca Tragni - ma l'uso del corpo non fine a se stesso non lo trovo penalizzante, per le donne. È peggio vedere donne in reality show o programmi simili dove non sai se ci sono o ci fanno». Franca Tragni ha partecipato soltanto una volta a un programma televisivo: «Gnu», su Rai3, nel 1999. «Mi è bastato - rivela -. In tv si è sempre in corsa per lo share».
A teatro si può affrontare il tema della donna-oggetto? In che modo? «Ad esempio uno dei miei personaggi è Irma, la prostituta: una donna che ha una sorta di missione nella vita - spiega la cabarettista -. Ed è più rispettabile Irma, che ammette di essere una prostituta, che non donne potenti che si nascondono dietro il moralismo. Tutti i miei personaggi hanno un po' una vena di malinconia e di poesia. Sono le due facce della vita. Ci tengo a sottolineare che non sopporto i moralisti e i conformisti. Essere veramente se stessi è molto difficile: ci adattiamo a quello che la società vuole da noi».

Ma nella vita, fuori dal palco, Franca Tragni si è mai sentita trattata come una donna-oggetto? «No, per fortuna non è mai capitato - risponde, di getto -. Mi sono sentita sottovalutata: se vado a parlare di un progetto assieme a un collega, può capitare che un interlocutore maschio parli con lui anziché con me».

 








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