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di Andrea Violi
Da quasi vent'anni il fotografo Ico Gasparri si batte contro l'uso «sfrenato» della figura femminile nei cartelloni pubblicitari. Gasparri definisce «pubblicità sessista» tutti i cartelloni nei quali si accostano bevande, computer o automobili a ragazze ammiccanti, in atteggiamenti che richiamano l'erotismo.
Non ci vuole molto per immaginare che Gasparri abbia molto lavoro. Che la pubblicità faccia un ampio ricorso a donne più o meno ammiccanti non è un mistero. Il fotografo di Cava de' Tirreni lo conferma con un dato: meno di una pubblicità stradale su mille non è sessista. Cioè, non usa donne come fossero oggetti. Nulla è lasciato al caso, sottolinea lui: ogni parte del cartellone pubblicitario, ogni messaggio più o meno esplicito, ogni posizione di persone e oggetti è calcolato, nei costi e negli effetti che può produrre.
Ico Gasparri ha accettato di rispondere ad alcune domande di Gazzettadiparma.it sulla sua «battaglia» contro le pubblicità che usano l'immagine delle donne. Dall'intervista emerge che il fotografo non critica soltanto chi crea le pubblicità, ma anche le donne stesse, che sono le prime ad accettare questo uso del corpo femminile. E magari sono le prime a partecipare a selezioni sperando di diventare proprio modelle per queste pubblicità.
Gasparri tra l'altro non lavora più in modo solitario: ha fondato un'associazione. Di recente ha diffuso via e-mail un messaggio contro il manifesto del Motor Show 2009. Niente donne in carne ed ossa: c'è una bambola tipo Barbie che appoggia una gamba su un modellino di auto sportiva. Lo slogan? «Venite a giocare». «Stavo partendo per Bologna l'altro giorno per andare al Motor show - dice Gasparri nel messaggio, inviato anche agli organizzatori della kermesse -. Ho fatto marcia indietro dopo aver visto questo manifesto lungo un viale di Milano ed averlo fotografato, come faccio sempre con le pubblicità sessiste, violente, discriminatorie, offensive, schifose, ridicolizzanti nei confronti delle donne e, perché no?, anche di molti uomini che non assomigliano neanche lontanamente a quegli altri che inventano queste pubblicità».
Lei dal 1990 approfondisce il tema dell'immagine della donna nei cartelloni pubblicitari: come è nata l'idea? Qual è stata la “molla”?
L’idea è nata dalla constatazione che la città di Milano, all’epoca più di altre, era letteralmente invasa, inquinata, massacrata dai cartelloni pubblicitari e, su questi, comparivano ogni anno migliaia di immagini femminili, utilizzate con forti connotazioni sessuali, per vendere prodotti, servizi, concetti commerciali. E questo mi è apparso fin dal primo momento sicuramente nocivo per la percezione della collettività e dei giovani in particolare. Sia donne sia uomini giovani.
Qual è il suo giudizio sulla pubblicità basata su foto che usano le donne e il loro corpo?
Il mio giudizio, come quello di altre migliaia e migliaia di donne e uomini italiani è pessimo! Intendiamo batterci con tutte le nostre forze affinché questa esigua minoranza di pubblicitari e di aziende la smetta di rivestire le nostre città con questa spazzatura. L’immagine della donna utilizzata per questi scopi è assolutamente intollerabile e carica di segni e significati negativi per le giovani generazioni e per quelle meno giovani. Per questo motivo ho ideato e fondato a settembre 2009 l’Associazione Protocollo contro la Pubblicità Sessista che oggi vanta già decine di socie e soci.
Dà lo stesso giudizio sull'uso del corpo femminile e della sua immagine in televisione?
Certamente! Anche se i due canali, quello televisivo e quello della pubblicità stradale di cui io mi occupo, sono molto differenti per modalità e fruizione. Basti pensare che i cartelloni pubblicitari sono “a percezione obbligatoria”, mentre la televisione la puoi spegnere. Per strada prevale il solo concetto della donna-prostituta, mentre nelle pubblicità in televisione fa la sua comparsa gloriosa anche la casalinga e, in qualche caso sporadico, anche la donna-manager. Tutte ugualmente sfruttate per promuovere prodotti commerciali a sproposito. Se poi parliamo della figura femminile nelle trasmissioni e nell’informazione televisiva il giudizio resta negativo. Assistiamo tutti i giorni a plotoni di comparsate di ragazzine che sperano di diventare famose (e ricche) facendosi vedere sculettanti, oppure alla patetica immagine di donne non più giovanissime che appaiono in video con evidenti rifacimenti estetici. Anche questo è un brutto messaggio, specialmente quando proviene da giornaliste brave ed intelligenti.
Lei se la prende con i cartelloni pubblicitari... ma ce ne sono alcuni che fanno ricorso all'immagine della donna in modo secondo voi intelligente?
Mi piacerebbe moltissimo aprire un filone di immagini positive, ma fino ad oggi, per usare una banale metafora calcistica, il risultato è fermo sul 4.000 a 3 (tre, non tremila!).
In realtà, in generale, esiste ancora il problema della donna-oggetto? Cioè: si potrebbe dire che il ricorso al corpo femminile in tv e nella pubblicità ormai sia entrato nella percezione comune e spesso non ci si faccia più caso. Lei cosa ne pensa?
Il problema dell’oggettivizzazione della donna non solo esiste ancora ma, a mio parere, peggiora di giorno in giorno. Non accorgersene più non significa che non esista più il problema o che non sia più così grave. Tutti gli indicatori di cui potremmo servirci per decifrare il livello di identificazione delle donne con puri oggetti di piacere sono univoci: le donne sono state ricacciate sempre di più in questi ultimi anni nel loro vecchio ruolo di accompagnatrici, di vallette e “coccolatrici” di uomini che intanto sono divenuti sempre più superficiali e ancor più maschilisti (se questo è possibile!). Non c’è bisogno che dica che non tutte le donne vivono questa condizione. Alcune, infatti, sanno affermare una propria identità precisa e altissima e anche molti uomini sanno riconoscerla. Ma la massa viaggia purtroppo in direzione contraria e gli esempi sociali non aiutano ad invertire questa tendenza.
Sembra proprio che spesso siano per prime le ragazze a voler mostrarsi ed essere «donna-oggetto». Quindi più che un problema, l'uso del corpo per queste donne diventa uno “strumento” a proprio favore... o no?
Quando ho cominciato vent’anni fa a fotografare questi disgustosi cartelloni pubblicitari avevo, infatti, la netta sensazione che tutta questa robaccia avrebbe finito per avvelenare la nazione, insieme agli altri veleni contemporanei. Ahimé, oggi devo ammettere che era così! Pian piano è penetrata nella testa delle ragazzine tutta questa massa di messaggi maschilisti che hanno finito per imporsi anche nel mondo femminile. La mia opinione è che oggi moltissime donne (ma non tutte) abbiano assunto su se stesse lo sguardo e l’opinione maschile e ci si siano perfettamente uniformate. Sono esse stesse le protagoniste inconsapevoli di questa deriva. I maschi non fanno che stare lì ad aspettare delle offerte di disponibilità che, a volte, vanno addirittura al di là delle loro aspettative. Per quanto riguarda la percezione di questi messaggi legati alla pubblicità, infine, ci troviamo di fronte ad un vero e proprio stato di negazione in cui milioni di donne, soprattutto, fingono di non vederle o di non cogliere i richiami sessuali anche quando sono molto espliciti. È davvero sconsolante dover convincere una donna che una pubblicità di un computer o di una bibita con una ragazza a gambe aperte, la lingua fuori dalle labbra rosse socchiuse, lo sguardo maliardo, la testa reclinata e i seni ben in vista sia una porcheria, ma purtroppo mi capita sempre più spesso!
Lei quali alternative propone alla pubblicità che mercifica la figura femminile?
Una pubblicità che non mercifichi l’immagine femminile! Un’altra pubblicità è possibile!
Multimedia
Video: Gasparri spiega la sua attività durante un convegno
Il sito dell'associazione: http://www.protocollocontrolapubblicitasessista.it/
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