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di Andrea Violi
Il problema della donna-oggetto in tv nasce dalle scarse opportunità. Le ragazze che vogliono fare spettacolo devono accettare ruoli marginali perché sono gli unici che vengono proposti. Loro accettano anche perché ci sono poche alternative di guadagno. Così nei media resta fortissimo lo sfruttamento dell'immagine della donna, utilizzata come un oggetto e svalorizzata. E c'è molto da fare per cambiare questa cultura. La pensa così Cecilia Cortesi Venturini, avvocato del Centro Antiviolenza e consigliera di parità della Provincia.
Per la Cortesi il problema della donna-oggetto è quanto mai attuale. Lei è “arrabbiata” in particolare con i giornali, ma non va meglio per il mondo dello spettacolo. Parlando con Gazzettadiparma.it ci tiene a segnalare link interessanti per documentarsi sul tema donna-oggetto e della mercificazione della sua immagine. Fra questi, c'è il documentario «Il corpo delle donne», che spiega il problema dal punto di vista femminile. Il 60% del pubblico della tv è composto da donne, spiega il filmato, che critica una tv piena di corpi femminili «gonfiati a dismisura» e propone la presenza della donna come solo «di quantità, raramente di qualità. La donna proposta sembra assecondare i desideri maschili sotto ogni aspetto». Secondo questo filmato (che per le immagini attinge ampiamente dai più noti programmi di intrattenimento televisivo) le donne stesse hanno «introiettato il modello maschile» e guardano se stesse e le altre «con occhi maschili. È in gioco la sopravvivenza della nostra identità».
Avvocato, c'è un rapporto diretto fra la violenza sulle donne il contesto culturale che propone a modello la «donna-oggetto»?
È indubbio che ci sia una denigrazione da parte dei mass media e questo incide sulla percezione del ruolo della donna. Può portare a un aumento della violenza sulle donne.
È vero che a volte questa argomentazione viene invocata anche in tribunale?
In giudizio ancora oggi si tende a denigrare la vittima, le sue abitudini sessuali e le modalità in cui è stata commessa la violenza. Nel processo penale (per i casi di violenza sessuale, ndr) la difesa dell'imputato tende ancora a giustificare la violenza come conseguenza di un comportamento della persona offesa, del suo abbigliamento o di un suo comportamento.
Questa argomentazione viene accolta?
I giudici, siano essi uomini o donne, sono comunque persone. Applicano la legge ma a loro volta possono non essere privi di pregiudizi o stereotipi. (Questa argomentazione, ndr) Sempre meno, ma può ancora incidere.
Come si può arrivare a un cambiamento?
Con dei mass media che non denigrino le donne, che non le mettano in cattiva luce. Quando è stata uccisa Silvia Mantovani la Gazzetta parlò di omicidio passionale, invece avrebbe dovuto scrivere «un femminicidio». La passione non c'entra con la morte. Il ruolo dei mass media è fondamentale: bisogna utilizzare un linguaggio che faccia percepire il reale problema e che non tenda a nasconderlo. I media spesso minimizzano gli eventi (di violenza sulle donne, ndr) o li fanno diventare scoop. Le donne non hanno un ricosconimento adeguato del ruolo che hanno.
Lei critica solo l'informazione o anche il mondo dello spettacolo?
Critico anche chi fa spettacolo: il livello è comunque il medesimo.
Spesso si ha l'impressione che siano per prime le ragazze a voler diventare "donne-oggetto" per casting, programmi tv, calendari e così via...
È solo una questione di portare a casa lo stipendio. Se potessero fare le attrici in un bel film senza far vedere il proprio corpo, lo farebbero. Ma alle ragazze che vogliano fare le attrici non viene lasciato altro spazio, non viene data altra possibilità.
Avvocato, lei è anche consigliera di parità in Provincia. Cosa fa una consigliera di parità?
Promuove le pari opportunità uomo/donna sul territorio. Fra le iniziative alle quali sto lavorando, con altre persone, c'è un corso di formazione per giornalisti, sul linguaggio e le immagini più corrette da utilizzare. Saranno coinvolte Lorella Zanardo, Milena Gabanelli e Federica Sciarelli. È un'iniziativa che vorrei realizzare nel corso del 2010, assieme all'Ordine dei giornalisti. Serve un'informazione diversa, che non cancelli l'identità delle donne.
Non dev'essere facile comunque perseguire la parità fra uomo e donna...
In generale si fa fatica. Prendiamo i dati sull'occupazione: si legge che la maggior parte delle persone in cassa integrazione sono uomini. Questo non vuol dire però che le donne siano più tutelate. Le donne hanno più contratti precari che nemmeno vengono rinnovati! Non hanno proprio il lavoro, ma nei dati sulle crisi aziendali non figurano. Inoltre non c'è sufficiente compatibilità fra gli orari dei servizi (asili e scuole) e il lavoro. In questo momento sul territorio ci sono interventi per agevolare la conciliazione fra tempi di vita e di lavoro. Ugualmente però le donne continuano a perdere il posto entro un anno dalla nascita del figlio. E al rientro dalla maternità hanno un ridimensionamento delle mansioni o un mobbing di genere. C'è uno squilibrio da risolvere.
Multimedia
Video: "Il corpo delle donne"
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