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Narrativa

Spettri tra le macerie del mondo globale

«Fallire. Storia con fantasmi», romanzo di Beppe Sebaste. Presentazione oggi alle 19 alla enolibreria Chourmo di via Imbriani

Spettri tra le macerie del mondo globale

Lo scrittore parmigiano Beppe Sebaste

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Lo si ripete come un mantra: i libri non vendono. Eppure c’è chi scommette ancora. Nascono editori indipendenti. Marchi con l’ambizione di raccontare la nuova Italia, di dar fiato a chi non rientra nei canoni o nelle caselle dei generi. Ma anche impegnati a dar voce alle tante eccellenze finite stritolate negli ingranaggi di un mercato che espelle molti scrittori incapaci di produrre fatturato. Nel giro di pochi mesi – complice la deflagrazione del caso «Mondazzoli» sono spuntate, fra le altre, tre ambiziose (e già discusse) ambiziose case editrici. Da NN – nescio nomen («nessun nome»), a La Nave di Teseo, e poi Atlantide. Ma c’è anche chi dice un no secco alla filiera, scegliendo di liberarsi dalla logica del marketing, da editor, vincoli, direttori di collana, distribuzione, librai. Come ha fatto uno scrittore navigato come il parmigiano Beppe Sebaste che, per il suo ultimo libro, «Fallire. Storia con fantasmi» – presentazione-festa oggi, da Chourmo, enolibreria in via Imbriani, con inizio alle 19, tra letture, musica e vini - ha deciso di scommettere sull’autopubblicazione Amazon affidando all’universo del web un romanzo scritto «alla sua maniera». Paradossale, lanciare un’opera fuori canone, estremamente letteraria e complessa come questa (un vero e proprio messaggio in bottiglia nell’oceano del «self publishing») nella galassia di una Rete dove predominano libri di genere e romanzi di trame. Una decisione solo apparentemente inspiegabile per chi ha nel suo curriculum titoli importanti pubblicati con editori, solo per fare due nomi, come Feltrinelli e Laterza. Una scelta che, paradossalmente, sembra frutto di un desiderio di solitudine, specchio di un utopico meccanismo di libertà assoluta, verrebbe voglia di dire. Com’è scritto nel comunicato stampa, si tratta di «un gesto critico nei confronti dell’attuale politica editoriale. Come se la letteratura dovesse, anche suo malgrado, uscire dall’editoria “classica” cui appartiene per avventurarsi come uno spettro nell’immaterialità del libro on line». Ed è proprio di fantasmi (psichici, sociali, scrittori morti e scrittori fantasma) che parla il libro. Un’evocazione di spettri che riguarda tutti, la storia recente del paese e del mondo, tra macerie e insensatezze, ma anche il diario in seconda persona di uno scrittore che non riesce a scrivere un horror, mescolato alla stillicidio della cronaca, ai sogni e le «ombre» di un uomo che, stanco delle menzogne dei vivi, vorrebbe parlare con i morti, unici «testimoni» che possono dire ciò che non sappiamo. Il libro si configura così come un viaggio verso l’impermanenza, storia di uno sparire fra le ombre, fra le garze velate di un raccontarsi all’interno di una bolla che si ingigantisce sempre di più, quella realtà italiana, che da un paio di decenni è incollata alla sua rappresentazione, sotto forma di icone, slogan, elaborazioni simboliche, effetto di un narrarsi in cui tutti recitano un ruolo a loro assegnato. Scrive Sebaste: «Quando eri ragazzo era naturale che i giovani fossero giovani, e che i vecchi fossero vecchi. I vecchi erano sempre stati vecchi e i giovani sarebbero sempre stati giovani. (Anche gli adulti erano vecchi, però di meno). Il mondo era eterno. Poi si è rotto, come un giocattolo. Come la pellicola di un film durante la proiezione. Non è avvenuto di colpo, come uno strappo. Succede poco alla volta, ma quando te ne accorgi è sempre troppo tardi». Sembra di leggere Renato Serra, confessioni ed esame di coscienza di un letterato. Ma anche Delfini o Wenders. Questa peregrinazione nel tempo offeso dell’oggi e nella memoria dei propri morti o nelle vite degli altri è un viaggio lento e dolente nell’insensatezza abitata da burattini senza fili. Sebaste li chiama a convegno e li mescola in un brulichio di esistenze. La vita, sembra voler dire l’autore, è come un viaggio su un gigantesco schermo, una pista di ghiaccio senza confini, su cui le immagini e le persone che entrano in noi o che sfioriamo, ci appaiono imprendibili e sempre più numerose, in un film senza montaggio dove tutto è in scena contemporaneamente. Un caos che a Sebaste non interessa dominare, ordinandolo. Non cerca il ruolo di demiurgo, ma riveste l’abito che più gli è congeniale. Quello di un flâneur disperso (perso?) fra fantasmi consolatori che sbucano dal passato, nel luogo mentale dove forse risiede la sola «vera realtà». Si tratta di un atto di fedeltà alla verginità e alla purezza dello scrivere, che - per chi conosce l’iter di Sebaste - non è casuale. Alle origini, di una scrittura senza compromessi, proprio come fu il suo esordio con Aelia Laelia, quel piccolo «Ultimo buco nell’acqua», (e pochi, selezionati, altri titoli) scritto con il compianto Giorgio Messori, che rimanda alla volontà, eroicamente esposta al fallimento evocato nel titolo di questo suo ultimo testo, di dar corpo all’assolutezza sacrale della letteratura, a un itinerario di parole che trova il suo centro nel farsi «altro» rispetto alle logiche dominanti. Che cos’è la realtà? E come distinguerla dai fantasmi? Soprattutto: chi sta raccontando chi? Sebaste immerge il lettore in un deserto dove le impronte vengono cancellate al vento del senso, dove la polvere (le tracce, gli indizi) sono la porta attraverso la quale possiamo morire per rigenerarci, per attraversare tutto il dolore, la sofferenza da cui questo libro è segnato. Restano indicazioni, sussurri; e la coscienza, il coraggio di vedere la vita come un gorgo (un sogno?) infinito dentro cui svolazzano ricordi, immagini, pensieri che sfuggono sempre più lontani, come palloncini di cui abbiamo smarrito il filo.

Fallire. Storia con fantasmi
di Beppe Sebaste
Amazon, pag. 336, per kindle 2,99; stampato 16,64

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