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Dove nacque la passione per Verdi: la Parma dei primi del ‘900

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Com’era Parma un secolo fa?

Giuseppe Martini, storico della musica, ritrae una città mutevole, combattuta al suo interno ma non abbattuta dall’esterno, aggrappata a una sola certezza: Verdi. Una passione tanto grande da dedicargli un Monumento, poi distrutto, e da rievocarlo quasi un secolo dopo partecipando alla campagna di crowdfunding per sostenere #22.2.22, lo spettacolare video mapping con cui Karmachina (autori delle animazioni dell’Albero della Vita di Expo Milano 2015) accenderà il Palazzo della Pilotta il 30 settembre.

Nel 1946 sulla Gazzetta di Parma uscì un simpatico articolo nel quale si fingeva che Giove mandasse Mercurio a Parma per sentire l’opinione dei parmigiani sulla demolizione del Monumento a Verdi semibombardato nel maggio 1944. E Mercurio scoprì che i parmigiani di una cosa erano certi, cioè che la decisione sul futuro del monumento dovesse spettare a loro e non al Comune, dimostrando che nel giro di pochi decenni la città si era affezionata oltremodo a quel colosso spettacolare che aveva riportato Giuseppe Verdi al centro dell’orgoglio cittadino, e anzi lo rivendicava come cosa propria. 

E pensare che nel 1913, quando era stato concepito sull’onda delle celebrazioni del primo centenario verdiano, Verdi non era neppure così popolare in città. A cadavere ancora caldo, dopo le onoranze di rito, era stato lentamente traslato nelle zone dell’oblìo. Dalla sua morte nel 1901 al 1913 si contano solo sei titoli verdiani su sessanta allestimenti messi in scena al Teatro Regio, a fronte non solo della moda pucciniana e di un Wagner ormai sdoganato in Italia, ma anche di prime assolute per la città come Salome di Strauss e la Dannazione di Faust di Berlioz, e soprattutto del boom dell’operetta che imperversava al Teatro Reinach portando in scena la realtà del proprio tempo in una dimensione che assicurava il divertimento e la spensieratezza anche quando si toccavano temi come il femminismo o le agitazioni sociali. Su altri versanti, si guardava in altri direzioni: la Camerata parmense, i gruppi futuristi, il pizzettismo dannunziano. 

Diciamo meglio, allora: Verdi fu per alcuni anni messo da parte come un soprammobile ormai abituale dell’arredamento di casa, impossibile da togliere di mezzo perché fa parte dell’eredità del nonno, ma talmente famigliare che ormai non ci si accorge più della sua esistenza. A teatro ci si andava per divertirsi, e persino I Maestri cantori potevano diventare un’occasione per distrarsi, se non altro perché mettevano in scena realtà del tutto esotiche rispetto alle abitudini italiane. Dal teatro lo spettatore cercava fuga. E ne aveva a sufficienza dell’epopea crucciata che nelle opere verdiane impartiva lezioni di moralismo civile di sapore risorgimentale. Parma era ormai un’altra: ambiziosa e voluttuaria, ma anche sorniona e distaccata, era una città di provincia illuminata da pochi lampioni a gas, con l’erba che cresceva fra i sassi delle strade in periferia. Pigra persino a spalare la neve, si accontentava dell’equilibrio imposto dalla mano sapiente di Giovanni Mariotti fino a quando non cominciarono a risvegliarsi le nostalgie liberali, lievitate alle urne dopo lo sciopero del 1908. 

Quando si cominciò a sbandierare l’idea di festeggiare adeguatamente il centenario verdiano del 1913, si vide (ma non ci se ne accorse) che quelle nostalgie, cioè bisogno di sicurezze e di tradizione, non erano che crisi di identità. E non c’è nulla che possa rafforzare l’identità di Parma più di Giuseppe Verdi. Quando, periodicamente – dal momento che è scientificamente un fenomeno ciclico – Parma entra nei suoi periodi di crisi caratteriale ed economica, Verdi diventa la risorsa da valorizzare. È la figura intorno a cui stringersi solidali, senza paura di sbagliare. E nel 1913 ci si accorse che il soprammobile messo nell’angolo del corridoio per una dozzina di anni era invece sempre stato ben presente anche se non lo si voleva guardare, perché a tutti ricordava l’ingombrante figura del nonno, quello che ha fatto i soldi per comprare la casa e ha mantenuto per tutta la vita una rettitudine che già due generazioni successive faticavano a portare avanti per un mese. Il tentativo di rimozione insomma era durato poco. L’annuncio che sarebbe stato Cleofonte Campanini a capitanare le operazioni teatrali a Parma rendeva ancora più saporito il risveglio delle passioni, rinfocolate dal fatto che Busseto, per rivendicare una verdianità poco meritata quand’era in vita Verdi, si era accaparrata Arturo Toscanini per le sue manifestazioni particolari. Si badi che allora Campanini aveva una fama e un potere di gran lunga superiori a quelli di Toscanini. Campanini era il più grande direttore d’orchestra del mondo, un direttore-manager che negli Stati Uniti sceglieva i cantanti e li metteva personalmente sotto contratto, organizzava le stagioni e guidava lunghe e sfiancanti tournée operistiche, e che per sua somma sfortuna non ebbe, come Toscanini da lì a poco, la possibilità di avere dalla sua il disco e la tv. Sapere che per Verdi, il Verdi di cui Parma aveva automaticamente assorbito diritti territoriali, si sarebbe mosso Campanini, moltiplicava l’orgoglio parmigiano. 

Le manifestazioni del centenario erano state dunque il grande risveglio verdiano di Parma, la riemersione di una verità caratteriale. Ci sarebbe stata, subito dopo, una fisiologica flessione, è vero, e insieme la Guerra. Ma il 1913 resta l’anno della ripresa di coscienza sotto il segno di una passionalità sotto la quale si univano la propensione al piacere e la necessità di sentirsi primeggiare. Verdi offriva tutto questo, lo offre ancora, nella sua ricetta insostituibile di suoni primordiali e raffinati, di melodie trascinanti e storie torbide, da consumare in serate invernali intessute di riti consumati e sentimenti lunghi.

Ci fu poi, il 12 ottobre, il banchetto al Reinach in onore di Campanini, durante il quale Mariotti alzò il calice chiedendogli ufficialmente di tornare a Parma da lì ad alcuni mesi per inaugurare il monumento a Verdi che da tempo la città agognava di realizzare. Sia chiaro: nessuno aveva osato farlo quando Verdi era in vita, non tanto per scaramanzia (altri avevano già fatto statue), quanto per non attirarsi gli anatemi dell’uomo di Sant’Agata, notoriamente restìo a  questo genere di celebrazioni. In agosto, infatti, il Comune aveva approvato il concorso alle spese. Fra aprile e maggio l’architetto Lamberto Cusani aveva consegnato i progetti che gli erano stati richiesti per il sospirato monumento. Chi li aveva visionati, non avrebbe avuto ancora idea di quello che sarebbe stata la costruzione, almeno nei particolari, ma un’immagine sostanziale era ormai definita. Il modello era chiaramente il recentissimo Vittoriano a Roma, che a sua volta metteva insieme la potenza visiva del colonnato del Bernini in Vaticano con la sontuosità dell’Altare di Pergamo ricostruito a Berlino, con l’ovvio apparato di enfasi decorativa affidata al palermitano Ettore Ximenes, il nome di grido della statuaria celebrativa di quegli anni.

Soprattutto, c’era l’intuizione urbanistica. Rivalorizzare l’area nord, davanti alla Stazione, smobilitando il secondo Foro Boario costruito nel 1866 ma ormai declassato a ripostiglio (ospiterà infatti il cantiere delle statue del monumento), piazzare la parte concava dell’esedra porticata davanti alla stazione in modo da accogliere come in un abbraccio ampio oltre sessanta metri il viaggiatore che arrivava a Parma e allo stesso tempo rivolgere l’imponenza dell’arco centrale sormontato dalla quadriga leonina verso Via Roma, l’attuale Via Verdi, in modo da creare un effetto scenografico non dissimile da quello che l’Altare della Patria fa da Via del Corso. Il resto sarebbe stato celebrazioni minuta della verdianità: le ben note statue delle opere di Verdi su ogni pilastro interno, con l’aggiunta di quella di Coro di Nabucco e Lombardi su quelli esterni dell’arco trionfale; poi i mascheroni, i cartigli, i bassorilievi allegorici, i capitelli, in un festival classicheggiante che alla citazione aulica (ovvio che la volta dell’arco trionfale fosse a cassettoni, come nel Pantheon) associava complessi moduli matematico-geometrici. 

Dato che per tanta magnificenza il marmo sarebbe stato troppo oneroso, si scelse il cemento armato, a tratti misto a granulati di botticino, marmo e granito, oltretutto durevole e rapido da lavorare, come per il resto dimostrava già la facciata superliberty del Palazzo delle Poste. Al centro dell’esedra, l’ara di Ximenes con il bassorilievo bronzeo tuttora in piedi in Piazzale della Pace, in un profluvio di retorica – Verdi in toga a petto seminudo proteso con fiero cipiglio fra nudi spasmodici di passioni allegoriche (Ispirazione, Melodia, Canto d’odio e amore, la Tradita, l’Amore, la Sinfonia) – e, sul retro, a episodi che legavano la vita risorgimentale della città nel 1859 a quella di Verdi. 

Non ci sarebbe stato anno più opportuno per pensare a un monumento a Verdi, l’unica figura che Parma poteva brandire in un momento di stanchezza per un Paese tronfio di velleità coloniali e confuso da continue novità, e per una città poco propensa a guardarsi alle spalle e incline alle piccole passioni. Il bisogno di un Verdi eroico compensava l’abbattimento delle mura consumato nell’ultimo decennio, cioè la sanzione che era finita l’epoca in cui si era capitale di un ducato, e ci si apriva a colpi di viali verso lo spazio esterno. Brutta faccenda, quella di aprirsi all’esterno, quella di non avere più la platonica sicurezza delle mura: significava immaginarsi una posizione nel mondo, un mondo che non era più fuori, ma in continuità. Significava capire chi si era senza più utilizzare gli strumenti di una volta. La realtà cambiava di giorno in giorno, spuntavano i tram, e per farli passare cadeva il vecchio cavalcavia di Bettòli davanti al Teatro Regio.

Chi non rischiava di cadere era Giuseppe Verdi, l’uomo che si fa avanti a colpi di note nel mondo ovattato e impenetrabile della gloria, l’uomo da rispolverare nelle stagioni difficili perché unica garanzia di un’identità senza data di scadenza. Cosa meglio di un Verdi che nel monumento davanti alla Stazione diventa il corrispondente del Padre della Patria a Roma, ma che a differenza del Padre della Patria può sfoggiare valori universali e non solo nazionali? Un Verdi sfrondato di cilindro e sciarpa, e semmai rivestito dei suoi panni più acconci di uomo tutto d’un pezzo che capiva perfettamente il proprio tempo e ne rifuggiva gli aspetti più banali e deleteri. E quel monumento clamoroso e invidiabile, che per i parmigiani divenne ovviamente il “monucemento”, si fece presto parte integrante non della città ma della cittadinanza. Quel Verdi monumentale si prospettava come il gesto di rinascita di una città che aveva smarrito la capacità di adoperare quei valori che sapeva di possedere da sempre: l’ironia, la capacità di esorcizzare il dolore, il coraggio di reagire nella difficoltà, in una parola un morboso ed esorcizzante attaccamento alla vita che guarda caso trovava il suo luogo più esatto nell’opera, l’unico posto dove il dolore e la morte non vanno oltre un palcoscenico e fanno canticchiare anche fuori dal teatro.

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