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IL RICORDO

"Così strappai il Cristo di Cimabue alle acque"

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Quando 50 anni fa l’Arno esondò "sono stato il primo a intervenire per salvare dall’acqua il Crocifisso di Cimabue nella basilica di Santa Croce a Firenze». A raccontarlo, oggi, è Salvatore Franchino, uno dei tanti restauratori poi impegnati nel lungo e laborioso intervento per il recupero parziale del grande capolavoro medievale, divenuto immediatamente uno dei simboli della Firenze ferita dall’immane tragedia ambientale. Franchino, allora 25enne, spiega di essere "entrato da una finestra, di mattina presto. L’interno era tutto allagato, l’acqua era ancora molto alta. Il Crocifisso, appeso alla parete, era gravemente danneggiato: fradicio, rotto in più punti, l’immagine pittorica devastata dalla furia dell’alluvione, che in più punti aveva strappato via forme e colori. Gridai, chiamando altri in soccorso per staccarlo dal muro: insieme, nonostante le dimensioni titaniche (4,50 metri per 3,90) facemmo il possibile per trarlo in salvo dalle acque».
Il lavoro da restauratore di Franchino iniziò subito, non appena svestiti i panni del salvatore in extremis della colossale opera d’arte. Il Cristo quasi annegato dall’Arno fu issato su assi di legno e portato d’urgenza "in rianimazione" nella limonaia della vicina residenza medicea di Palazzo Pitti, dove occupò, racconta ancora Salvatore «una stanza per due anni». «Il nostro compito come equipe di specialisti di restauro era innanzitutto di farlo asciugare, progressivamente, e in modo che l’opera subisse il minor numero possibile di strappi, deformazioni, danni ulteriori insomma. La camera fu sigillata: seguivamo i progressi giorno giorno e intervenivamo immediatamente non appena scorgevamo la possibilità di problemi per 'la convalescenza del legno'». Poi, una volta trasferito all’Opificio delle Pietre dure, per il grande supporto ligneo iniziò il restauro vero e proprio: «Ci vollero altri sei anni per curarlo dall’alluvione - ricorda Franchino - sei lunghi anni, che affrontammo con l’enorme pazienza che noi restauratori dobbiamo necessariamente avere e l’infinito rispetto che tutti noi provavamo nell’intervenire in un capolavoro di tale entità».
All’Opificio, ad affannarsi intorno all’opera agonizzante, c'era allora anche un altro 25enne, Ottavio Ciappi. «Decine di persone si affaccendavano intorno a quel grande campione ammalato - racconta - io ero tra quelli che, millimetro dopo millimetro, aiutandosi col vetro resina, dovevano rimettere insieme la superficie pittorica dell’opera, scomposta, sfregiata e rovinata dalla furia degli elementi. Era un’impresa, quella di riportare in vita il Cristo, che molti ritenevano impossibile». Ma intorno al colosso medievale «c'era un’aria magica, un’atmosfera potente, e, da parte di tutti, un impegno e una dedizione assoluti», rammenta il restauratore. «Si lavorava tutto il giorno, senza sosta: c'erano squadre di vari paesi, polacche, russe, norvegesi. Loro avevano apparecchiature in certi casi avveniristiche, strumenti complessi con cui potevano fare molti tipi di analisi o operazioni di incredibile precisione. Noi italiani però avevamo più esperienza, più consuetudine, grazie a tutta l’arte che ci circonda nel nostro paese, che abbiamo respirato. Ci muovevamo con più disinvoltura, con più efficacia, e di questo i restauratori stranieri avevano un immenso rispetto, una grande ammirazione». Un rispetto e ammirazione che non restavano certo racchiusi all’interno delle mura dell’Opificio. «C'erano un sacco di fedeli da svariate parti d’Italia e anche del mondo che venivano con i pullmann a vedere i nostri progressi - sorride Ottavio - questi 'pellegrinaggì sono proseguiti per mesi, in alcuni casi anni dopo l’alluvione. Venivano a vedere cosa facevamo, chiedendo tacitamente il miracolo della resurrezione ai chirurghi dell’arte. E ci dicevano 'tifiamo per voi'"

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