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EDITORIALI

Se vince Trump, se vince Hillary: doppia analisi



Donald Trump Hillary Clinton

Donald Trump Hillary Clinton

Cosa succede se vince Hillary
    Paolo Ferrandi
Se, come appare possibile secondo i sondaggi, sarà Hillary Rodham Clinton a prevalere nel voto di oggi, per la prima volta sarà una donna a giurare, da presidente, fedeltà alla Costituzione degli Stati Uniti di fronte al «Chief Justice», il presidente della Corte Costituzionale Usa, John Roberts, nell’«Inauguration Day» del 20 gennaio 2017. Forse dobbiamo partire da qui, dallo sbriciolamento del soffitto di vetro del genere che si è dimostrato ancora più forte di quello della razza fatto a pezzi dal carisma di Barack Obama nel 2008, per capire che tipo di presidente sarà Hillary. E’ paradossale che questa enorme novità socioculturale sia stata oscurata dalla lunga carriera politica della Clinton - First Lady, senatrice, candidata sconfitta alla Casa Bianca e Segretario di Stato - che ha fatto di lei il candidato dell’establishment e non della rottura. Ma questo non cambia la portata della rivoluzione. Chissà se anche stavolta, come è accaduto per il primo mandato di Obama, John Roberts sbaglierà la formula del giuramento per l’emozione di essere per la seconda volta protagonista di una svolta storica: il primo presidente nero, la prima presidente donna. Non è detto che questo magicamente porterà a una maggiore uguaglianza tra i sessi, ma certamente avrà un enorme valore simbolico in un mondo dove – è accaduto durante un dibattito televisivo delle primarie repubblicane – Donald Trump si è sentito legittimato a fare battute sulla presunta aggressività della conduttrice dovuta, a suo, dire al periodo mestruale. Per il resto Hillary proprio ieri ha illustrato le priorità dei suoi primi cento giorni alla Casa Bianca in un editoriale pubblicato su «Usa Today».
Il primo passo sarà una campagna di massicci investimenti - la più grande a suo dire dalla Seconda Guerra Mondiale - per creare nuovi posti di lavoro. Una misura che dovrebbe servire a sanare, in parte, le ferite provocate dalla globalizzazione sul tessuto manifatturiero statunitense. Questo sarà possibile con un innalzamento delle tasse per i ricchi e per le corporation. Poi la Clinton vuole riformare la legge sull’immigrazione: la legge attuale è stata varata sotto Reagan. La terza priorità è un emendamento costituzionale che renda di nuovo impossibile alle corporation di inondare l’arena politica con una valanga di finanziamenti che distorcono il processo elettorale. Infine la Clinton vuole riformare il diritto penale per rendere più difficile andare in prigione per reati minori. Un classico programma progressista, forse anche per far dimenticare i legami tra i Clinton e il mondo della grande finanza e per non perdere l’appoggio dei seguaci di Bernie Sanders. Come si vede non si parla di politica estera, ma la linea politica della Clinton dovrebbe essere in continuità con quella della presidenza Obama. Solo con una minore ricerca del compromesso e un maggior impulso decisionista, il suo marchio di fabbrica quando era Segretario di Stato. Questo naturalmente non vuol dire che Hillary dichiarerà guerra alla Russia. Ma certamente non sarà un interlocutore facile per Putin. Infine il compito più difficile: «Madam President» dovrà cercare di riunire una nazione profondamente lacerata da una corsa alla Casa Bianca mai così violenta e divisiva. Un’impresa quasi impossibile, anche per una donna dotata della tenacia quasi soprannaturale di Hillary Clinton.
pferrandi@gazzettadiparma.net

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Cosa succede se vince Trump
    Domenico Cacopardo
Donald Trump non conosce regole, non conosce «fair play», non riconosce la storia né il sistema democratico nel quale è vissuto. Proprio per questa ragione non è facile immaginare quale potrebbe essere il suo approccio alla presidenza e l’impatto politico sulla società americana, se fosse lui a conquistare queste elezioni, le più combattute da decenni e per l’intensità del confronto.
Donald Trump “sente” la pancia di un pezzo del Paese, gli istinti peggiori, come la paura che si trasforma in xenofobia, l’idea che la forza e la violenza private siano legittime e preferibili all’azione dello Stato, e il rifiuto dei cambiamenti epocali che stiamo vivendo, ai quali non è possibile porre argine, a meno di non tornare al più duro protezionismo.
Certo, il protezionismo. Una parola che evoca una serie di drammi, (culminati sempre in guerra). Una scelta più semplice da pronunciare che da realizzare. L’intreccio di interessi che si è consolidato negli ultimi 35 anni è tale che è proprio impossibile reciderlo: l’Occidente non può costruirsi intorno la difesa di dazi doganali. Chi lo facesse, pagherebbe subito, ancora prima di iniziare a costruire le barriere, un prezzo salato, insostenibile.
Talché se il suo opposto, la globalizzazione, è un male il suo opposto, il protezionismo, è un male peggiore. Sarà questo uno dei punti centrali della novità Trump-presidente, unitamente al ritorno al credo isolazionistico che, ormai da 75 anni, è stato accantonato a favore di una dottrina variabile tra «America componente del bipolarismo competitivo» (Usa-Urss), «America realtà monopolare, gendarme del mondo» e, infine, «America protagonista di un mondo multipolare».

L’Europa sarà la prima area politico-economica a pagarne le conseguenze, giacché - Trump l’ha già dichiarato - non ci sono ragioni perché gli Stati Uniti si accollino gli oneri della difesa del continente. Toccherà ai riottosi paesi europei mettersi insieme per costruire quello strumento militare unitario che potrebbe garantire la pace e l’integrità dell’Unione.
Altra conseguenza, l’improvvisa distensione con la Russia che nulla avrà più da temere da un’America isolazionista. Ponti d’oro al neopresidente, tappeti rossi e riconoscimenti a pioggia.
Almeno sino a quando l’immobiliarista nuovayorchese non si renderà conto che sta giocando una partita a perdere e si cimenterà in un tentativo di reazione.
Purtroppo, la politica internazionale è arte ben più complessa di quella di dirigere un’impresa immobiliare.
E non ci sarà colpo di forza disponibile tra le opzioni presenti sul tavolo della Sala ovale.
Anche perché la sua vittoria elettorale non scalfirà gli elementi sostanziali dell’antropologia culturale americana costituita da una democrazia reale, fatta da un efficiente ascensore sociale, da una volontà patriottica di difesa, da un sistema giudiziario che garantisce comunque il cittadino e da una consapevolezza complessiva di cui dispongono non solo le classi acculturate della Nord-Est, ma tutti i ceti dirigenti del Paese.
Trump dovrà imparare presto le regole interne e internazionali. Se non lo farà, grandi guai si addenseranno nei cieli d’Occidente e d’Oriente. www.cacopardo.it