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Industria 4.0: «Avanti tutta, in una logica integrata»



Industria 4.0: «Avanti tutta,  «Avanti tutta,  in una logica integrata»
 

Industria 4.0, ovvero: quando un’espressione racchiude in sé un significato epocale, ma al tempo stesso non ne svela i contenuti. Dire «Industria 4.0» è dire tutto e il contrario di tutto. A misurare il rapporto conflittuale che le imprese italiane hanno sin qui stabilito con l’innovazione digitale è una del Politecnico di Milano in cui si scopre che solo il 10% ha compreso appieno come il termine individui invece la necessità, per tutto il parco aziende di servizi e produzione, di rivedere radicalmente sia l’organizzazione, sia i propri modelli di business.

Scenari «La sfida alla quale sono chiamate le imprese manifatturiere - sostiene Antonio Carta, capogruppo di Unict, il comparto delle aziende informatica dell’Unione Parmense degli Industriali nonché presidente di Cdm Tecnoconsulting - consiste nell’integrazione tra le differenti tecnologie delle quali le aziende sono in realtà già in pieno possesso. Solo quegli imprenditori che acciufferanno il treno della rivoluzione digitale, intesa come riorganizzazione dei processi produttivi e formulazione di nuove strategie di business, saranno in grado di far fronte alle richieste del mercato globale». Anche perché, sostiene convinto Carta. «acquistare tecnologia e sovrapporla alle logiche del passato non sarà più sufficiente».

Per Industria 4.0 - talvolta anche «Fabbrica 4.0», «Manifattura Avanzata» o «Industria Intelligente» - si intende oggi un paradigma emergente che sfocerà in un fenomeno dalla forza d’urto analoga alle tre rivoluzioni industriali succedutesi negli ultimi secoli. Non una singola tecnologia rivoluzionaria, bensì l’intreccio in modo sistemico e attraverso la rete Internet di molteplici tecnologie abilitanti. Ciascuna di esse, da sfruttare come piattaforma di lancio per innovazioni differenti a seconda del comparto di interesse.

Rivoluzione in atto «La mutazione alla quale stiamo assistendo - spiega Carta - somiglia per certi versi alla rivoluzione che due decenni fa comportò l’introduzione dei sistemi Erp. L’Enterprise Resource Planning, infatti, una volta per tutte mise in connessione tra loro i preesistenti singoli programmi per la gestione della contabilità, delle vendite, del magazzino e così via. Al grande passo verso il 4.0, le imprese sono pronte. Le tecnologie già esistono, si tratta semmai di metterle in comunicazione tra loro e farle funzionare in un ambiente unico».

Il piano di sviluppo del governo Industria 4.0 è anche lo slogan scelto dal governo nel presentare lo scorso settembre il proprio piano nazionale di sviluppo per il quadriennio 2017-2020, un pacchetto da 13 miliardi di euro che include strumenti di politica industriale a beneficio delle imprese e investimenti pubblici e privati in infrastrutture e formazione. Il ministro per lo sviluppo economico ha recentemente affermato che la digitalizzazione è un fatto politico: “Digitalizzazione e innovazione non sono temi tecnici, ma altamente politici, proprio come lo è stata l’internazionalizzazione negli anni scorsi. Il digitale è un grande abilitatore orizzontale. Per questo abbiamo costruito un piano nazionale industria 4.0, tecnologicamente neutro, che non definisce tecnologie ma ambiti tecnologici.

Questione di mentalità Senza dubbio la questione è anche culturale. «In attesa che il piano governativo trovi applicazione pratica - conclude il capogruppo delle imprese informatiche dell'Upi - la manifattura ha il dovere di assimilare una mentalità nuova e iniziare a considerare la produzione come un flusso integrato anziché una sequenza di fasi separate tra loro. Maggiori sono le dimensioni dell’azienda, più lento e progressivo sarà il passaggio al modello di fabbrica del futuro».