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Sono tutti d'accordo "Traino Lambrusco"



Sono tutti d'accordo <Traino Lambrusco>

Quattro province in terra padana si riflettono nel Lambrusco. Ognuna con un proprio carattere, con espressioni personali, ma legate l’una all’altra da questo vitigno che regala un vino dal piglio brioso e beverino che nel tempo è stato spesso
oggetto di pregiudizio per non perderci tra tanti luoghi comuni, per orientarci tra pregi e difetti, prodotti d’autore e banalizzazioni di questo vino, abbiamo chiesto lumi a specialisti ed esperti del mondo del vino, critici, docenti, sommelier ed enotecari. Cosa ne pensano del Lambrusco ? È sottovalutato? O Sopravvalutato..? Come valorizzarlo? Cosa ancora occorre fare per farlo conoscere? C’è una provincia delle quattro canoniche (Parma, Reggio Emilia, Modena e Mantova) che più delle altre è migliorata qualitativamente nella produzione di lambrusco? Così ha parlato Ciro Fontanesi docente di ALMA, coordinatore della Wine Accademy e responsabile della cantina didattica della scuola: «Credo che il Lambrusco stia rinnovando la sua immagine dopo un periodo intriso di pregiudizi come l’alta produzione per ettaro e la bassa qualità. Storicamente questa pianta selvatica si trovava nei boschi in zone paludose ancor prima che la ‘vitis vinifera’ facesse la sua comparsa in Italia. Con il tempo le popolazioni hanno isolato queste piante e le hanno piantate ai bordi dei boschi da qui il suo nome “Labrum” (margine dei campi) e “ruscum” (pianta spontanea). Si può quindi affermare che il Lambrusco sia l’unico vero vitigno autoctono che possediamo. Partiamo da queste consapevolezze per cercare di valorizzarlo al meglio in un momento storico in cui la ricerca dell’autoctono sembra essere una chiave di lettura e punto di forza del mercato italiano. Ogni provincia possiede la sua storia e la sua identità e garantisce un traino per tutte le altre. Ogni Lambrusco è uno specchio del territorio e ogni consumatore ricerca la sua identità in funzione della sua esperienza gustativa soggettiva. Quindi non ci interroghiamo su quale sia il Lambrusco migliore ma piuttosto cerchiamo di capire noi che Lambrusco siamo». Che il panorama qualitativo del Lambrusco sia a dir poco variegato, e che in esso si rintraccino punte d’espressione d’alto livello che a molti risulta difficile persino immaginare, lo mette in evidenza Pierluigi Gorgoni vice curatore della Guida dell’Espresso e collaboratore di Spirito diVino docente di Enologia all’ALMA: «Esistono ancora i Lambrusco da viticoltura inconsapevole, raccolti a 3 quintali per ettaro, tirati a mosto rettificato e zucchero, sofisticati, ma entro i limiti delle leggi, con “verdureggianti” profumi vegetali corretti in dolcezza posticcia e sempre pronti a procurare mal di testa inestimabili a chi li avvicinasse. Purtroppo esistono ancora.

Ma hanno preso pure coscienza e consapevolezza i produttori di Lambrusco autenticamente artigiani. Quelli che ancora raccolgono a mano, quelli che tirano col loro mosto, e che poi magari i vini li vendono col fondo di fermentazione, velati. Dentro questa categoria, senza differenze di provincialismo, in ordine alla diffusione storica (certo a Modena più ampia), oggi si producono vini grandissimi, veri e propri Lambrusco d’autore, insospettabilmente complessi e fin longevi. Oggetto di attenzione crescente dai più avvertiti mercanti internazionali, già oggetto di culto per moltissimi appassionati senza pregiudizi». Non piace solo agli Emiliani, stando a quanto racconta Andrea Viani dell’omonima drogheria in via Turchi: «Il Lambrusco è richiesto anche dai “forestieri”, da chi viene da altre regioni e dagli stranieri che lo vedono come il vino che esprime il nostro territorio. Ormai in casa ne abbiamo una ventina di tipi diversi, presi da tutte e quattro le province. Piace a giovani e vecchi e in vero succede che in estate vadano per la maggiore le tipologie chiare, come il Sorbara, mentre in inverno spopolino gli scuri. A dir il vero in generale vanno di moda quelli rifermentati in bottiglia che ritornano al vecchio stile». Che il Lambrusco piaccia anche ai palati avvezzi a vini “importanti” e riscuota interesse anche in zone tradizionalmente più prestigiose in fatto di viticoltura è confermato da Guido Cerioni, patron dell’Hi-Fi News in borgo Onorato: «Francesi, Piemontesi, Toscani guardano al Lambrusco con simpatia. È un vino che è stato sempre considerato un po’ “esotico” e per questo ha suscitato interesse.

C’è fermento intorno al tema del lambrusco, un vino che è connaturato al territorio in cui viene prodotto e che può davvero rispecchiare, nelle diverse sfumature che assume da Parma, Reggio, Modena e Mantova, il lavoro dei vignaioli. La rifermentazione in bottiglia, che sta dilagando anche per vini non sempre vengono così ben interpretati, qui nel Lambrusco può esser la strada da percorrere per un ritorno alle origini: una naturalità che si sposa alla storia del contadino-viticoltore e che esprime al contempo terra e lavoro dell’uomo. Puntare sulla storia delle persone che producono il Lambrusco approfondendo magari l’aspetto della fermentazione per migliorare il prodotto, unito alla freschezza e simpatia che il Lambrusco porta con sé può esser una chiave in più su cui puntare». Sulla scia di un ritorno del Lambrusco all’antico savoir-faire anche Diego Sorba del Tabarro in via Farini che non lesina qualche stoccata alla nostra provincia: «Parto da due assunti per me fondamentali: il fiore all’occhiello dell’enologia emiliana, per tradizione, vocazione e qualità espressiva è rappresentato dai vini rifermentati in bottiglia; il lavoro di selezionatore e oste mi ha portato in questi anni ad abbracciare piccoli artigiani del vino, per l’ approccio e la sensibilità in materia di viticoltura e vinificazione. Oggi come oggi il vero fermento relativo al Lambrusco si sta diffondendo principalmente a partire dai variegati territori del Modenese. Poi viene Reggio, altra terra di “lambruscari” DOC, alcuni piuttosto interessanti a mio avviso. A Mantova, tra Viadana, Sabbioneta e Vicariato, “eppur si muove” (ma sui territori a Nord di Po, oltre che su tutto il resto, probabilmente, valga la parola e l’esperienza di Matteo Pessina). A Parma il Lambrusco da ormai un trentennio è veicolo di marketing senza scrupoli e di poco gusto (nel doppio significato di “sapore” e di “stile”). C’è anche uno scollamento del primo fruitore del vino quotidiano, cioè il cittadino comune a tavola durante i pasti o fuori all’osteria, con il mondo ancestrale dei saperi contadini che sempre ci hanno rappresentato e che di questo passo faranno la fine del dodo, della tigre dai denti a sciabola e di tutte le altre belle cose che rimpiangeremo un dì». Tanti gli spunti su cui rilettere…magari sorseggiando un buon bicchiere di Lambrusco!