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Il Lambrusco tra storia e letteratura



Il Lambrusco tra storia e letteratura

Che storia straordinaria quella del Lambrusco! Così strettamente legata al nostro territorio da riuscire a modificare il modo di bere elaborato nell’antichità. Ma andiamo con ordine.

Fino al nono secolo avanti Cristo il clima della pianura padana era molto più rigido di oggi e non consentiva la coltivazione della vite. In un’epoca in cui l’acqua non era sicura e controllata come ai nostri giorni, i Celti che abitavano la nostra regione avevano imparato a preparare delle bevande ottenute dalla fermentazione di cereali (avena, farro e spelta, orzo, frumento), frutta (sambuco, corniolo, mora di rovo, sorba, luppolo - noto dal IV secolo a. C.), e miele dall’elevata gradazione alcolica, invecchiate in botti di legno, definibili genericamente come “birre”, che bevevano in bicchieri stretti e alti senza diluirle con acqua. Quando, a partire dall’800 avanti Cristo, un miglioramento del clima consente di piantare le prime viti, viene scelta “la brusca”, una vite selvatica dai frutti scuri, capace di dare un vino rosso rubino naturalmente frizzante, in qualche modo “prossimo” per aspetto e gusto alle prime birre.

Mentre Greci e Romani bevevano il loro vino in coppe basse e sempre diluito nell’acqua, nel nostro territorio si consolida il modo di bere il vino “alla gallica”, ossia schietto e in bicchiere, così come si faceva con le birre, secondo quella modalità che avrebbe preso il sopravvento e che ancora oggi conosciamo.

Erano stati gli Etruschi a importare nella pianura padana prima il vino e poi la coltivazione della vite, mediando tra le tecniche di invecchiamento celtiche, usate per la birra, e i vitigni mediterranei. E la loro tecnica di coltivazione, che è quella di “maritare” le viti ad alcuni alberi vivi, che le proteggano dal gelo, sarà all’origine della cosiddetta “piantata padana”. Il ritrovamento a Roncolungo di Sivizzano, di una stazione di posta lungo la strada che collegava le colonie di Parma e Luni, dotata di impianti per la pigiatura dell’uva conferma come, a cavallo del I secolo a. C. e del I d. C., la produzione di vino, commercializzata nel vicino mercato di Forum Novum (Fornovo), venisse inviata, attraverso il valico del Valoria (Passo della Cisa), anche al porto di Luni, sul mar Ligure, per essere poi trasportata, via nave, fino ad Ostia e ai mercati di Roma.

Con la diffusione del Cristianesimo, il vino (simbolo del sangue di Cristo) divenne elemento fondamentale delle celebrazioni liturgiche. La coltivazione della vite, dopo una flessione durante le invasioni barbariche, si diffuse progressivamente per tutto il Medioevo e il vino divenne, nei secoli successivi, la bevanda più diffusa del Parmense.

Nei primi anni del Novecento viene messa a punto la varietà, ancor oggi denominata “Lambrusco Maestri” in onore di Luigi Maestri (1837-1912), figlio di Ferdinando, garibaldino, nel cui podere di Baccanelli di Valera, era stato selezionato, dopo anni di incroci e di esperimenti, il vitigno di Lambrusco più adatto per il terreno parmense. Poiché mi piace guardare le persone negli occhi, sono andato a cercarlo nel cimitero di Valera, dove mi ha accolto con una sorpresa: a memoria del suo lavoro, la sua tomba è ornata, non di fiori o fregi, come quelle vicine, ma da foglie di vite incise nel marmo, sigillo indelebile per chi, come lui, amò il vino, la propria terra e il proprio lavoro. Un vino, frizzante e coinvolgente, che era stato in grado di cambiare il modo di bere, è riuscito nel corso dei secoli, a “formare” anche l’umore e il carattere degli abitanti di questa terra e a divenirne un elemento deciso di identità, non di rado approdato sulle pagine della letteratura e della cronaca.

Il grande musicista Giacomo Puccini (1858-1924) confidava al giornalista parmigiano Claudio Cavalcabò (1882-1971): “Feci la solita sosta nella tua bella città, Parma, per la colazione. Quanto mi piace il vostro Lambrusco, così bonario e pazzerellone, con le sue graziette spumanti! È un vino giocondo, che non ti tende tranelli e ti rallegra il sangue…”.

Da parte sua, lo scrittore e giornalista toscano Curzio Malaparte (1898-1957), famoso per i suoi romanzi Kaputt (1944) e La pelle (1949), trovava curiose assonanze tra il Lambrusco di Parma, la musica e la letteratura: “La musica di Giuseppe Verdi è colma di Lambrusco fino all’orlo. In tutta la ‘Chartreuse de Parme’ di Stendhal scorre una vermiglia, frizzante vena di Lambrusco”. “Che cosa è dunque – continua Malaparte – se non il Lambrusco, che dà al popolo di Parma, e a tutti i popoli dell’Appennino emiliano, quell’aria accesa, spavalda, sincera, quel fiammeggiar degli occhi, quella voce forte, quel piglio di cazzottatori?” E conclude: “Alzate il bicchiere: mirate come il Lambrusco splende vermiglio in un raggio di sole! È il vino della libertà, il vino dell’uomo libero”.

Ancora Malaparte, citato da quell’impareggiabile anfitrione che era Cesare Marchi (in Quando siamo a tavola, 1990) ritorna sull’argomento: “Il Lambrusco, mi si dirà, è un vino riottoso, incita i bevitori alla lotta, alla rissa domenicale. E che cosa c’è di male? Sarebbe l’ora che gli italiani si esercitassero a tirar pugni, invece che esercitarsi a pigliar calci nel sedere”. Che Malaparte abbia ragione e che sia davvero il Lambrusco l’artefice del carattere degli abitanti di questa terra?

Bruno Barilli (1880-1952), scrittore e critico musicale parmigiano, discendente da quella stirpe di artisti che vive da secoli nella grande casa gialla ancorata fra il torrente e il Ponte Verdi, ne Il paese del melodramma (1931) ci lascia una indimenticabile definizione del Lambrusco. Parlando del popolo di Parma, “un popolo facile ad accalorarsi, travagliato e pieno di una sinistra inclinazione musicale”, aggiunge: “Il cosiddetto vino della bassa, mistura schiumosa e spropositata che faceva bum nello stomaco, dava fuoco ai loro discorsi e aggiungeva risonanza all’umore fondo di questi odiatori del genere umano”.

Così, “il vino fosco della nostra terra” – gli fa eco Attilio Bertolucci (1911-2000) nella poesia dedicata alle Barricate del 1922 a Parma – riflette non soltanto il paesaggio – le colline calcaree digradanti verso il letto dei corsi d’acqua che scendono dall’Appennino al Po – ma anche il carattere degli abitanti: sanguigno e barricadiero, forte e generoso.

Il giornalista gastronomico Paolo Monelli, il “ghiottone errante”, nel suo Viaggio gastronomico attraverso l’Italia del 1935, tesse le lodi del vino emiliano: "Il Lambrusco è il vino che Dio fece: è un vino aspretto, vispo, ardito e brioso, bravissimo a spazzolare via dallo stomaco l’eccesso dei grassi e dei condimenti... è un vino di modesto grado alcolico, sì che se ne può bere a volontà senza timore che i fumi vadano alla testa, e appena versato mette fuori una schiuma violacea che subito si dilegua, se il vino è genuino. Ha un colore sfavillante di rubino e l’ardore delle viole mammole; anzi è la prima virtù che gli assaggiatori cercano nel lambrusco, se ha la viola".

Se, come ricordava lo scrittore Ernest Hemingway (1899-1961), “Il vino è uno dei maggiori segni di civiltà nel mondo”, quale segno di civiltà offriva Peppino Cantarelli (1919-1992), gestore a Samboseto, nel dopoguerra, di un ristorante all’insegna della qualità assoluta, che a fianco dei grandi vini di Francia non dimenticava mai Lambrusco e Fortanina, abbinati alle impeccabili specialità parmigiane cucinate dalla moglie “Mirella” (Milena Del Nevo 1929-1986), contribuendo in modo determinante a diffonderli tra una clientela sempre più selezionata!

Ci piace così credere che avesse ragione il pittore spagnolo Salvador Dalí (1904 – 1989): “I veri intenditori non bevono vino: degustano segreti”. E quali segreti saprà mai svelare, fra le bollicine, il vino più venduto nel mondo: il nostro antichissimo, ma sempre frizzante Lambrusco?