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I BadRoom

Il volantinaggio di Federico e Matteo per reclutare gli strumentisti Alessandro, Gianmarco e Nicolas

BadRoom

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«Il nostro primo singolo? L’ho finito stamattina a scuola». Questo forse basterebbe a rendere l’idea della freschezza che muove i BadRoom, neonata band parmigiana votata all’heavy metal. «Just a dunch of bones», questo il titolo del brano, «parla di come alla fine sia abbastanza inutile essere tutti omologati con il cappellino uguale e il risvolto nei jeans alla moda - spiega Matteo Carretta, chitarrista 17enne - e di come in fondo, credo, valga la pena dedicarsi a qualcosa di più rilevante».
Insieme a Matteo, che acquistò il suo primo cd metal all’età 10 anni (ovvero otto anni fa) e che ora prende lezioni i chitarra, ci sono Federico Chiari, cantante 20enne, che ha iniziato con la musica quasi per gioco ma che ora ha intenzioni serie, e Alessandro Ponzi, il «piccolo» della band (16 anni), con una batteria le cui dimensioni lasciano davvero senza parole.
Gianmarco Montagna, 18 anni, ha ereditato dal padre la passione per la chitarra e da diversi anni frequenta un’accademia di musica, mentre Nicolas Antonini, coetaneo, è passato al basso da circa un anno, dopo essersi cimentato con la chitarra per qualche tempo.
A fondare la band lo scorso settembre sono stati Federico e Matteo, che si erano conosciuti 6 anni fa e che da sempre – praticamente dalla «prima» infanzia – coltivavano il progetto di mettere in piedi un gruppo.
«Gli altri li abbiamo trovati grazie ad un volantinaggio “sovversivo” e a qualche annuncio su internet - scherzano -. Ora siamo appena partiti: suoniamo per lo più cover (l’interpretazione migliore è quella di “Master of puppets” dei Metallica, ndr) ma stiamo iniziando anche a buttar giù qualcosa di nostro. Entro l’anno prossimo ci piacerebbe realizzare il nostro primo ep».
I sogni, ovviamente, si sprecano: «L’impegno ce lo mettiamo tutto – spiega Matteo -: noi ci proviamo e la speranza chiaramente è quella di sfondare, ma se anche non dovessimo farlo, l’importante è continuare a suonare insieme e divertirsi».
A questa fin troppo saggia affermazione, però, c’è chi, come Alessandro, fa seguire un candido «ma anche no», e alla parola «sogni» risponde con tre semplici parole: «Suonare in America».
«Per ora dobbiamo iniziare a farci conoscere in zona – approfondisce Federico – e non è facile. Per suonare nei locali non ti chiedono altro che di portare un certo numero di persone, e noi, ovviamente, il nostro giro ce lo stiamo costruendo ora.
Ci sono pochi locali e tante band, e il nostro genere, per di più, non va per la maggiore. Di certo se facessimo indie rock o pop italiano avremmo vita più facile».
Intanto, i tempi sono maturi per pensare al prossimo concerto (il terzo) e, nella piccola sala prove di via Maestri del Lavoro, le prove sono solo all’inizio.