02/05/2008 -

Viaggi


Tarragona, archeologia e fede

di Gianluigi Negri

«Quando fu demolita una delle ultime case, l’anziana proprietaria era molto dispiaciuta: quel pezzo di muro per lei era stato il "tavolo" del giardino sul quale per anni aveva mangiato. Per noi, per tutti, era la Storia». C'è tanta storia visibile a Tarragona. E ce n'è altrettanta «nascosta», sepolta.

Gli abitanti ricordano ancora l’abbattimento delle abitazioni, che, qualche lustro fa, ha permesso di recuperare una parte importante del circo. Oggi si vedono alcune decine di metri di quel circo voluto dall’imperatore Domiziano nel I secolo dopo Cristo, lungo, in origine, 325 metri. Con le mura della città, che furono erette nel III secolo avanti Cristo e la cui estensione era di quattro chilometri e mezzo, le cose sono andate meglio: la parte visibile oggi è davvero consistente. Le case della città contemporanea furono costruite sopra le rovine romane. E nel secondo Dopoguerra fu proposto di radere al suolo l’abitato, «trasferendo» la città, per riportare alla luce la totalità dei resti archeologici. Dopo lunghe discussioni l’idea fu bocciata, ma questo non ha impedito a Tarragona di diventare, nel 2000, patrimonio mondiale dell’umanità dell’Unesco. Otto anni più tardi la città mediterranea che domina la costa Daurada della Spagna centra un altro importantissimo bersaglio: per tutto l’anno vi si celebra infatti l’anno giubilare (http://ajubilar.arquebisbattarragona.cat) in ricordo del martirio di San Fruttuoso, primo vescovo della città catalana. Fruttuoso e i diaconi Augurio e Eulogio furono bruciati vivi nell’anno 259 dopo Cristo. A 1750 anni di distanza dal martirio, fino al 21 gennaio 2009 si terranno, in quella che una volta era chiamata Tarraco, esposizioni, dibattiti, processioni, feste, concerti, ricostruzioni storiche e rappresentazioni teatrali.

A partire dall’esposizione di documenti storici nel museo de Historia appena inaugurata. Tra gli eventi successivi, la mostra «Tarraco urbs Fructuosi» (che si inaugurerà il 19 giugno nel museo Nacional arqueológico) e il congresso internazionale sul cristianesimo primitivo a Tarragona (il 19, 20 e 21 giugno). Il martirio del vescovo Fruttuoso ebbe luogo nell’anfiteatro, ancora oggi uno dei monumenti di maggior fascino, in riva al mare, al di fuori delle mura. Nacque dopo il circo e, anche lì, si tenevano spettacoli con gladiatori e animali. Oltre ai festeggiamenti per l’anno giubilare, sono previsti percorsi guidati tra i vari siti religiosi della città e della zona, partendo dalla cattedrale, nel cui altare si conservano i resti dei tre martiri. Per chi vuole crearsi un itinerario più ampio, sempre di matrice religiosa, la Catalogna offre mille altre possibilità. Il santuario di Montserrat è una delle tappe obbligatorie. La comunità attuale è formata da ottanta monaci. Come in tutti i monasteri benedettini, i monaci di Montserrat dedicano la loro vita alla preghiera, all’accoglienza e al lavoro, secondo l’ordine di san Benedetto. L’immagine della madonna di Monserrat, nota come la Moreneta (la Madonna nera), per il colore scuro della sua pelle, è una scultura romanica policroma del XII secolo. Nel 1881 la Madonna di Montserrat fu proclamata patrona della Catalogna da Papa Leone XIII. L'itinerario del Cister (www.larutadelcister.info) valorizza invece i monasteri cistercensi catalani. Santes Creus è quello che riproduce con maggiore fedeltà la pianta di costruzione bernardina. Fu fondato in Valldaura nel 1150, e attualmente è l’unico monastero dell’itinerario del Cister che non ha vita monastica. Ciò permette di addentrarsi pienamente in ogni angolo di un cenobio che conserva in ogni pietra il ricordo più vivo della storia.

Altro patrimonio mondiale dell’umanità dell’Unesco è il monastero di Poblet. Fu fondato nel 1150, «svuotato» nel 1835 a causa della disammortizzazione, ritornando ai monaci nel 1940. Da allora è partito il processo di restauro e conservazione che ha ridonato la maestosità che spetta al complesso cistercense più grande d’Europa. Arcipelago da scoprire Capo Verde è un gruppo di 11 isole, tra esse Boavista si segnala per la sua particolare propensione a un turismo non massificato.







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