01/09/2010 -

Viaggi


Kiev, la metropoli «sottosopra»

 Lorenzo Centenari 

Sottosopra. E il caos non c'entra. Quattro milioni di abitanti, se infuocati da cromosomi latini, equivale a dire una potenziale polveriera. Se invece la radice etnica comune è quella slava orientale, allora un senso civico tramandato da generazioni e un apparato di polizia non esattamente incline all’indulgenza fungono da efficace antidoto a qualsiasi minaccia di disordine. Il sottosopra che si accosta a Kiev è casomai di differente, molteplice, interpretazione. 
Il «sotto» è l’Inverno, che da queste parti indossa fiero i gradi di generale e da novembre a marzo imprigiona di ghiaccio la città e la natura, indurisce la pelle ma non i cuori; il «sopra» è l’Estate, figlia di un clima continentale pericolosamente esposto agli eccessi che sfiata i polmoni e brucia la steppa. Il «sopra» è la metropoli che brulica di traffico, commercio, sport e ideologie vecchie e nuove; opposta al «sotto» della città nascosta, quella che affiora dalle scalinate della metropolitana (la più profonda al mondo, anche in ragione di originali propositi antiatomici: la stazione Arsenal'na scende per 102 metri) e spersonalizza l’individuo, quaggiù molecola di un fiume umano in frenetico ma silenzioso movimento. Persino le espressioni che trapelano dai «kiosk», le caratteristiche e capillari edicole per la vendita di fiori, giornali e alimentari, al piano inferiore paiono più «sotterranee». Per «sopra» puoi intendere la Città Vecchia, dominata da due incantevoli testimonianze di un antico legame con Costantinopoli e la Chiesa ortodossa come le cattedrali di Santa Sofia e San Michele Arcangelo; «sotto», discendendo la suggestiva Andriyvskyy, ripido e tortuoso mercatino a cielo aperto, si raggiungono il folkloristico quartiere artigianale di Podil, il dinamico porto fluviale sul Dniepr e, camminando ancora, le allegre e rustiche spiagge cittadine così frequentate durante i mesi caldi. 
«Sopra», infine, è tutto ciò che acchiappa l’occhio di un ingenuo turista occidentale; che ignora, al massimo sospetta, cosa stia «sotto» a quelle frequenti apparizioni di auto di lusso a folle velocità. Kiev conserva il vanto di terza città dell’ex Unione Sovietica e dell’ex Impero zarista; ma rispetto alle turistiche Mosca e San Pietroburgo offre uno spaccato di Europa dell’Est senz'altro più sincero. Il corteggiamento all’Europa Unita che si svolge all’insaputa del «Grande fratello» russo, un giorno amorevole consigliere, quello dopo orco malefico che chiude i rubinetti del gas. La «mafiya» che tiene le redini di industria, edilizia e finanza. Una spalancata forbice sociale. La capitale dell’Ucraina post comunista è tutta un rimpianto per i più anziani e un’opportunità dietro l’altra per quei giovani che il socialismo sovietico sanno a malapena cosa fosse. Oggi la divisa di ogni giorno è quella imposta dalla moda italiana, oggi le auto, oltre che dagli Urali, giungono da Corea e Giappone. E Lady Gaga conta più adepti di Lenin. Del glorioso centro nevralgico del Rus di Kiev, la proto-nazione fondata dai Variaghi scesi da Nord e durata dal 882 al 1269, resta ben poco: gli effetti della Grande Guerra Patriottica del 1941-45 (da non perdere il museo) furono quelli di veder stesa al suolo buona parte degli edifici, ricostruiti in fedele Neoclassicismo Sovietico così da attribuire alla nuova Kiev un tono fastoso, celebrativo, imponente. Fulcro della vita cittadina è Piazza Indipendenza, Maidan Nezalezhnosti in lingua autoctona: fu proiettata in mondovisione durante la (pacifica) Rivoluzione Arancione del 2004. Khreshchatyk è il nome dell’arteria principale, quella delle boutique di abbigliamento, dello «struscio» e dei chioschi di gelati: Champs Elysees in salsa cirillica, vibranti di vita e di orgoglio ucraino. Si comprerà in euro, un giorno, a Kiev? Europeismo che trasuda, ma il Cremlino promette battaglia. Dopotutto il monumento alla Madre Patria, voluto dai Soviet per celebrare la cacciata dei nazisti e, coi suoi 100 metri, più alto della Statua della Libertà, ancora oggi intima ai discendenti dei Cosacchi di non tradire la «Madre Russia». E di continuare a guardare a Est.






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