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Il poeta Gennari e quel ponte che non c'è più Video

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Per mezz'ora ha cercato di resistere, ma lo schiaffo che lo ha colpito è stato talmente forte da mandarlo al tappeto.
Ad un certo punto il fango gli ha coperto gli «occhi», gli ha tolto il «respiro», ed è stato in quell’istante che le forze gli sono venute meno, e lui si è lasciato morire.
Il lui in questione è un lottatore, ma non nel senso classico del termine, perché al posto dei bicipiti e del collo taurino ci sono i mattoni e la calce, o meglio c’erano, dato che la furia del Baganza li ha spazzati via in pochi minuti, come racconta Giuseppe Gennari nella poesia dialettale intitolata «L’inondasjòn» e dedicata al crollo del ponte della Navetta.
«Il 13 ottobre scorso, verso le 16.30, una massa enorme d’acqua mista a fango, scesa dai monti del parmense, ha investito con una forza inaudita il ponte facendolo crollare e invadendo strade e case», racconta Gennari, ex preside ed ex insegnante di matematica, che nella sua raccolta di poesia «Do gossi äd rozäda», due gocce di rugiada, ha dedicato altri quattro componimenti dialettali al ponte e alla sua storia, più uno per gli angeli del fango, J àngioj dal fàngh. «Ho cercato di dare un’anima a questo povero ponte che spesso, nel corso degli anni, è stato trascurato. Nelle poesie è il ponte stesso che parla», aggiunge il poeta, nato e cresciuto in Oltretorrente prima di varcare il Baganza, all’inizio degli anni Settanta, per sistemarsi nel quartiere Montanara, proprio a pochi metri di distanza da «quel povero ponte che oggi non c’è più».
«La prima poesia, intitolata Al lamènt dal pònt ädla Navèta, risale al novembre 1990, quando la struttura venne chiusa al traffico, perché dichiarata pericolante, con grossi tubi di ferro saldati fra loro e avvolti con filo spinato», racconta, per poi passare alla genesi del secondo componimento, L’è sempor cla fòla.
«Il titolo significa, è sempre la stessa storia, e nella poesia il ponte si lamenta, per l’ennesima volta, dopo la piena del 1999».
La bèla nòva, la bella notizia, prende spunto da un articolo di giornale.
«Il 13 aprile 2000 la Gazzetta di Parma annunciava che sarebbe stata costruita una pista ciclabile lungo via Baganza, ponte della Navetta, argine destro del Baganza, fino a via Ognibene. A tale scopo il ponte sarebbe stato ristrutturato e ampliato».
Ne L’inavgurasjòn, il ponte non sta nella pelle, e quasi trema dall’emozione, perché «dopo due anni di lavoro - dice Gennari - il 24 maggio 2003 il ponte viene riconsegnato all’uso pubblico con una suggestiva cerimonia».
Oltre undici anni dopo, la furia del Baganza spazzerà via, si spera non per sempre, quel piccolo ma suggestivo ponte che attende di essere ricostruito.

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