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Giulia: rinata nell'acqua

Argento ai Mondiali di nuoto, ora sogna le Olimpiadi

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L'intervista a Giulia Ghiretti di Paolo Emilio Pacciani pubblicata oggi sulla Gazzetta di Parma

Giulia Ghiretti è una campionessa di nuoto, ma prima di tutto è una ragazza sensazionale. La medaglia d'argento vinta ai mondiali di Glasgow nei 100 rana a tempo di record è solo l'ultimo di una serie di risultati strepitosi che probabilmente la porteranno alle Paralimpiadi di Rio de Janeiro. E non è solo il frutto di tanto lavoro e infinito talento, ma di un carattere solare e di una tempra che in pochi possono vantare. Promessa della ginnastica italiana, nazionale del trampolino elastico, è rimasta vittima - durante un salto - di un gravissimo infortunio alla spina dorsale che le ha tolto l'uso della parte inferiore del corpo, dall'ombelico in giù. Ma questo non le ha mai tolto il sorriso né scalfito l'umore. Tornata dalla Scozia, e prima di partire per le meritate vacanze, Giulia ci ha fatto visita in redazione per una chiacchierata a trecentosessanta gradi.

A che età ha cominciato a fare sport?
«A quattro anni. Ho cominciato con la ginnastica artistica con l'Inzani, insieme a mia sorella Anna. Poi, a sei anni, sono passata alla ritmica e a otto anni ho cominciato a fare trampolino elastico al Pilastro di Langhirano».

Si allenava con Flavio Cannone?
«Sì, ci allenavamo insieme e insieme abbiamo fatto il collegiale prima delle Olimpiadi di Pechino».

Fino a che livelli è arrivata?
«Sono arrivata a disputare gli Europei assoluti nel 2008, ma mi sono fatta male al piede proprio prima di fare la gara, durante il riscaldamento...».

Poi, nel 2010, l'incidente...
«Sì, a gennaio durante un allenamento. Ho fatto un salto, mi sono persa in area e sono caduta di schiena. Al centro del telo, dove dovevo cadere, ma di schiena. In pratica tutta la forza del telo si è concentrata su una vertebra che è scoppiata...».

Da lì la vita è cambiata. Ma non è cambiata la sua attitudine positiva nei confronti della vita e la sua voglia di sorridere. Che cosa le ha dato la forza di tirare dritto come se nulla fosse?
«Eh, mica puoi morire a 15 anni... Certo la famiglia mi è stata vicino. In ospedale la mamma è stata sempre con me ma anche papà e i miei fratelli, Anna e Pietro, mi hanno sempre sostenuta. Ero a Piacenza per la riabilitazione ma non volevo assolutamente perdere l'anno scolastico, così mia madre, che è insegnante, mi ha aiutato a continuare».

E come faceva?
«Le interrogazioni le facevo via Skype e le verifiche me le inviavano ed io le dovevo riconsegnare entro la mezzanotte. Per cui l'anno sono riuscita a non perderlo e sono stata promossa. E poi studiavo prima e dopo la terapia».

Poi è arrivato il momento di dedicarsi al nuoto. Ma lei nuotava già prima di farsi male?
«Un po'. I miei hanno una casa in Versilia e noi passavamo l'estate lì perciò facevamo corsi di nuoto al mattino. Però non è che sapessi nuotare veramente...».

E perché ha scelto di fare nuoto a livello agonistico?
«Innanzitutto perché è l'unico sport nel quale non devo stare seduta. Poi perché nell'acqua mi sento libera».

Dove ha iniziato a nuotare?
«Ho conosciuto Filippo Bonaccini che aveva partecipato alle Olimpiadi di Pechino e mi ha fatto conoscere il suo allenatore, Mauro Rozzi, e lui mi ha indirizzato su dove andare a nuotare. Ma la cosa importante per me era farlo a livello agonistico, perché ho sempre avuto un'anima agonistica. Quindi mi sono tesserata un anno con la Tricolore di Reggio...».

E dove si allenava?
«A Collecchio. Mi sono sempre allenata all'Ego Village di Collecchio, perché era vicino a casa mia. Dopo un paio di anni mamma e papà hanno costituito una società a Parma, l'Ego Nuoto e ho continuato così».

Pur non avendo mai nuotato a livello agonistico prima ha subito strappato dei temponi...
«Sì è vero, ma sono venuti così...».

Ogni volta che faceva una gara stabiliva un nuovo record. Come faceva?
«Mah, si vede che non c'era nessun altra che nuotava... Mettiamola così».

La cosa strana è che nel trampolino determinanti sono gli arti inferiori, mentre ora lei nuota solo con gli arti superiori. Eppure lei eccelle lo stesso...
«Sì, ho dovuto cominciare tutto di nuovo. Già non sapevo nuotare bene prima, quando avevo l'uso delle gambe, figuriamoci dopo. Ma non posso dire di essere brava nemmeno ora... Ce n'è da migliorare qua di roba...».

Lei è una ranista, ma con quale stile ha cominciato, con lo stile?
«No, con il dorso. Lo stile è un caso perso... Gli stili asimmetrici per me sono più difficili perché non ho il controllo del tronco e degli addominali. Nella rana è dove vado meglio, ma faccio anche il delfino».

Una volta diplomata ha scelto di andare a Milano dove studia ingegneria. Come si trova?
«Milano è una metropoli, non è Parma. Nel senso che è bella per certe cose ma per altre no... Mi sento chiusa. Io abito in campagna e sono abituata ad altri spazi».

Come vanno gli esami?
«Quelli dell'anno scorso li ho fatti tutti. Quest'anno me ne mancano tre».

I professori sanno dei suoi impegni agonistici?
«No, non gliel'ho mai detto. L'anno prossimo, con le Olimpiadi, vedremo come conciliare le due cose».

Come riesce a gestirsi?
«Fra università e allenamenti ho veramente poco tempo libero. Mi alleno minimo due ore in acqua e perdo molto tempo per gli spostamenti... Vivo in uno studentato dove ho un appartamento senza barriere architettoniche e un parcheggio comodo. Però la convivenza con un'altra studentessa non è sempre tutta rose e fiori...».

Che cos'è il progetto Acquario?
«E' un progetto nato da sei atleti di cui quattro sono andati a fare i mondiali. E siamo tornati a casa con sette medaglie sulle undici vinte dalla nazionale italiana. Ci alleniamo tutti a Milano, dove ci siamo spostati per esigenze di studio o lavoro. Siamo tutti di società diverse ma abbiamo deciso di metterci insieme con gli allenatori Biava e Tosin, un preparatore e una psicologa. Ci stiamo preparando tutti insieme per arrivare alle Olimpiadi di Rio».

Com'è la sua vita sentimentale?
«Questa domanda la passo».

Passioni extra nuoto?
«Mi piace un po' tutto. Libri, cinema, musica, ma senza preferenze particolari. Non ho mai avuto un idolo, per dire».

Una volta finita l'attività agonistica pensa di restare nel mondo dello sport?
«Sarà molto difficile staccarsi perché sono sempre rimasta in un ambiente sportivo da quando ho quattro anni».

Pochi giorni dopo il suo argento mondiale è arrivato il quarto trionfo di Kiara Fontanesi. Vi conoscete?
«Sì, ci siamo incontrate diverse volte in occasione di premiazioni e lei è sempre gentile con me. Mi ha mandato un messaggio di complimenti ed io ho ovviamente ricambiato».

In effetti siete l'eccellenza dello sport parmigiano in questo momento insieme a Edwige Gwend. Come mai le donne di Parma vanno così forte?
«Perché sono determinate. Anche Kiara e Edwige devono faticare e girare molto per allenarsi. Siamo molto decise».

Quando avrà la certezza di andare alle Olimpiadi?
«Saremo in ballo fino a maggio, credo. Io in Italia sono la numero due dietro la Ariola e diciamo che ho buone chance... Ma prima ci saranno gli Europei in Portogallo insieme ai normodotati».

E' un bel sogno quello di andare alle Olimpiadi...
«Sì, le ho sempre seguite da quando ero bambina. Mi sono sempre attaccata alla tv e ho visto tutte le gare possibili. Esserci sarebbe veramente un sogno».

Cosa pensa di quelle persone che guardano chi è su una carrozzina con pietismo?
«Che i poverini sono loro. Ovviamente dà fastidio. Pensano che siamo marziani venuti da un altro pianeta, e invece non cambia nulla. O meglio, cambia perché guardi gli altri da un metro e mezzo anziché da un metro e settanta, oppure perché hai delle barriere fisiche, ma questo è tutto. E poi sono io la prima a scherzarci su: do dell'handicappata a mia sorella...».

Si può fare di più per i paratleti?
«E' stato già un grande passo in avanti far vedere in televisione le nostre gare. Il panorama si sta ampliando e speriamo che sia sempre più così».

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