cinema

L'armata Brancaleone compie 50 anni

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Ci sono film che non invecchiano: provate e mostrare «L'armata Brancaleone» di Mario Monicelli (1966) a un ragazzo di oggi e otterrete le stesse emozioni, stupore, riso, empatia, curiosità, che in poche settimane ne fecero 50 anni fa un autentico fenomeno popolare. Ancora oggi ci sono battute, ritornelli, espressioni di quel film che risuonano nell’immaginario collettivo. E’ certamente il segno della genialità del maggiore maestro della «commedia all’italiana», ma è anche il frutto di un lavoro di squadra come raramente si è visto nel nostro cinema.
Alla scrittura c'era la coppia d’oro Age&Scarpelli, cui Monicelli seppe suggerire l’invenzione di un «grammelot» di rara potenza espressiva in cui si mischiano latino medievale, dialetto, italiano aulico e gergo goliardico. All’origine c'era l'idea di un cinema in cui l’evidenza delle immagini e dei personaggi superasse la dittatura della parola, ma quell'italiano sgrammaticato e senza tempo fu la prima ragione del successo. Alla fotografia Carlo Di Palma diede uno smalto e un cromatismo che metteva in bella mostra luoghi antichi e suggestivi dell’agro tosco-laziale, con incursioni tra l’Umbria e la Calabria che fecero della scena del film un’Italia tutta da scoprire. Nelle scenografie si esaltò Pietro Gherardi che seppe inventare un Medioevo pop, più vero del vero nei suoi costumi straccioni e multicolori, lontanissimo dalle iconografie romantiche di maniera e vicino piuttosto ai samurai di Kurosawa, secondo i dettami del regista. Le musiche furono affidate a Carlo Rustichelli che inventò motivetti orecchiabili cantati dal tenore leggero Piero Cappellucci, il montaggio porta la firma illustre di Ruggero Mastroianni, i titoli di testa hanno la grazia impareggiabile dei disegni di Lele Luzzati.
E poi ci furono gli attori, a cominciare da un torreggiante e gigionesco Vittorio Gassman in coppia con Carlo Pisacane (l'ebreo Abacuc) come ai tempi dei «Soliti ignoti», da cui Monicelli traeva ispirazione per comporre la scalcinata combriccola agli ordini di Brancaleone da Norcia. Il nome veniva da una cronaca antica della Disfida di Barletta. Se il suo giallognolo cavallo Aquilante rimanda al Ronzinante di Cervantes, molti dei personaggi minori aprono la via agli episodi del filone boccaccesco, dalla casta Matelda di Catherine Spaak alla ninfomane Teodora di Barbara Steele, fino alla vedova nerovestita di Maria Grazia Buccella. Nel coro dei comprimari si stagliano il lussurioso Teofilatto dei Leonzi di Gian Maria Volontè (che Monicelli non voleva preferendogli Raimondo Vianello e fu invece imposto dal produttore Mario Cecchi Gori) e l'invasato Zenone di Enrico Maria Salerno che si impose al regista in forza del suo istrionismo e di una ferrata conoscenza del vero personaggio, Pietro l’Eremita. C'è indubbiamente un refolo calviniano ("Il cavaliere inesistente") nell’ispirazione di Monicelli e dei suoi compari; ma tutta la grande letteratura picaresca, dal Pulci ad Ariosto, fino a Cervantes e al Capitan Fracassa, sembra sospingere le vele del racconto: fatto di mille agnizioni, colpi di scena, morti che rivivono e pulzelle illibate.
Tutto ciò testimonia di un’armonia di talenti e suggestioni che sembrò cogliere di sorpresa anche i protagonisti dell’impresa: Cecchi Gori credeva poco nel progetto, temeva una deriva elitaria del suo regista e mandò quasi controvoglia il film a Cannes, dove restò peraltro ignorato dalla giuria. Gli attori, Gassman in testa, firmarono per lealtà al regista, ma sul set non lesinavano ironie e beffe reciproche. Monicelli ci si gettò invece a corpo morto, accettando di lavorare gratis in cambio di una percentuale sugli incassi: fu probabilmente il miglior investimento della sua carriera. Terzo incasso stagionale, entrato di prepotenza nel lessico comune (da allora nei vocabolari trova posto l’espressione «Armata Brancaleone"), satira postuma della fascinazione per un Duce qualsiasi, il film vanta anche un altro primato: il sequel girato quattro anni dopo rivaleggia in qualità con l’originale e sigilla un’epopea che oggi scoraggia qualsiasi tentativo di copia. Tutti i motivi più cari a Monicelli e alla sua idea della «commedia» come affresco sociale in cui viltà e riscatto, bassezza e nobiltà sono presenti e vanno a comporre il ritratto di un popolo che mai si redime e mai si perde nonostante un destino di ingiustizia, fame, dominazione.
Ma è la leggerezza, l’armonia, il gusto libero del narrare a rendere il film un capolavoro senza tempo e un oggetto di culto. E forse proprio quella lingua, tanto riconoscibile quanto originale, resta il segreto del suo successo, anche su scala internazionale.

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