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La Pfm alla corte di re Artù

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Alla corte di re Artù. La Pfm, una delle band italiane di progressive rock ancora in attività (l'autunno scorso ha pubblicato il suo diciassettesimo album in studio dal titolo “Emotional Tattoos”), è stato forse l'unico gruppo prog del nostro Paese a ottenere una certa visibilità anche all'estero. La dimostrazione del fatto che Franz Di Cioccio e gli altri fossero apprezzati oltre i confini italici è arrivata nel '74 con “Live in Usa”, emozionante disco dal vivo registrato durante il tour americano. Ebbene, gli anni Settanta sono stati il loro periodo d'oro in una cavalcata iniziata, come Premiata Forneria Marconi, nel '72 con “Storia di un minuto”.
La band, la cui voce era ancora quella di Bernardo Lanzetti, quarant'anni fa si è misurata con il prog anche dal punto di vista di uno dei temi-chiave di questo genere musicale e cioé testi in bilico tra realtà e mito. Nel 1978 è uscito infatti “Passpartù”, un titolo che è un gioco di parole, tanto caro al prog, tra la parola francese “passepartout” - chiave universale - e re Artù, il mitico sovrano della tradizione britannica e francese. Otto brani in cui la Pfm torna a cantare soltanto in italiano con risultati apprezzabili. Di temi arturiani si erano già occupati mostri sacri del prog come, per citarne alcuni, i Genesis, i Van der Graaf Generator o, da solista, Rick Wakeman, tastierista degli Yes, che a re Artù nel 1975 aveva dedicato “The myths and legends of king arthur and the knights of the round table”.
“Passpartù”, va sgombrato subito il campo, non fu comunque uno degli album più apprezzati da critica e fans, com'era accaduto l'anno prima anche con “Jet lag”. Forse proprio per la musica e i ritmi che, a differenza delle tematiche, si distanziano un po' dal caro amato prog. Chi scrive ha però sempre cercato di vedere il lato migliore negli album considerati “figli di un dio minore” e, anche in questo caso, ha trovato dei momenti davvero interessanti.
Oltre al pezzo che apre l'album - “Viene il santo” -, la Pfm dà forse il meglio di se stessa nella facciata B, nei due pezzi-fantasy del lavoro. Ne “I cavalieri del tavolo cubico”, più che ovvia parodia della tavola rotonda, il “nostro eroe” è braccato da quattro cavalieri (riferimento all'Apocalisse, che nel 1972 ispirò i Genesis nel leggendario “Foxtrot”): il cavaliere rosso in groppa a un rospo, quello giallo su uno sciacallo, quello bianco su una nuvola radioattiva e quello nero a cavallo di un grattacielo. Di atmosfera fantasy anche “Su una mosca e sui dolci”, in cui la band porta l'ascoltatore tra strani coccodrilli che popolano le fogne di New York e e scarafaggi azzurri che mangiano la lana nei comò. Bella, infine, la copertina firmata da Andrea Pazienza.
Dopo “Passpartù” la Pfm “si fermerà” per accompagnare in concerto Fabrizio De André reinventando alcuni tra i suoi pezzi più famosi. Ne usciranno, nel 1979 e nel 1980, i due leggendari album dal vivo. Nel 1980 il gruppo riprenderà anche a pubblicare “in proprio” con buoni risultati. E' l'anno di “Suonare suonare”, come “Passpartù” non troppo prog musicalmente, cui seguirà, l'anno dopo, “Come ti va in riva alla città”, concept sulla vita dei giovani nella Milano suburbana. Un ritorno al prog puro.

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