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45 anni fa "Relics", l'"ibrido" dei Pink Floyd

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Definire “Relics”, album dei Pink Floyd che quest'anno ha compiuto 45 anni, una raccolta è sicuramente limitativo. Tecnicamente la è. Ma è anche molto, molto altro. Il disco, datato 1971, è in teoria la seconda “compilation” della mitica band inglese, dopo “The very best of Pink Floyd” uscito nei Paesi Bassi l'anno prima. L'anno di pubblicazione di “Relics” è lo stesso di un altro lavoro in studio importantissimo nel percorso del gruppo: Meddle, di cui questa rubrica si è già occupata. Tornando a “Relics”, si tratta di un “ibrido” di successo: alcuni pezzi sono infatti dei singoli del '67 e del '68, altri provengono da “The piper at the gates of dawn” (primo lp del 1967), da “A saucerful of secrets” (1968), come la struggente “Remember”, una sorta di inno a una generazione bruciatasi troppo in fretta (“Remember a day before today/ A day when you were young/ Free to play alone with time/ Evening never came). Inoltre due canzoni sono tratte da “More”, colonna sonora del film di Barbet Schroeder, Ma, anche in questo caso, come avviene sempre quando ci sono di mezzo i Pink Floyd, il lavoro uscito è molto più di una colonna sonora. Nello scrigno c'è anche un inedito, “Biding my time”, scritto da Roger Waters.
Quindi chi volesse avvicinarsi ai Pink Floyd - ci sarà ancora qualcuno che non li conosce o, meglio, che li conosce poco? -, non la consideri assolutamente una raccolta. “Relics” merita di stare con i più importanti lavori del gruppo. Ed è un viaggio affascinante e magico, al pari dei primi due lavori in studio, nel mondo incantato e misterioso dello storico complesso. A partire dal titolo (“Relics”, reliquie) che dimostra che Waters e compagni avevano già la percezione che il loro lavoro e le loro intuizioni sarebbero entrate prima nella storia e, immediatamente dopo, nella leggenda. Tra i pezzi che il lettore scoprirà (e amerà) da solo, due sono particolarmente accattivanti e sono, non a caso, firmati da quel genio di Syd Barrett. Uno che era troppo grande per durare ma che ha un posto da protagonista nella storia del rock.
Sono “Arnold Layne” e “See Emily Play”, già apparsi in “The very best”. Entrambi scritti nel 1967, il primo brano - che era il lato A del singolo di debutto del gruppo che comprendeva anche “Candy and a currant bun”- inaugura la galleria dei personaggi nati dalla fantasia dei Pink Floyd delle origini, sempre a metà tra lo stupefacente e il dolente, anti-eroi di un mondo comunque senza speranza e redenzione. Personaggi, per citarne altri, come il caporale Clegg e gentile signora, del brano di Waters che è prodromico alle sue tante riflessioni contro la guerra che avranno come apice “The wall” e “The final cut”, e lo gnomo Grimble Gromble, partorito da Barrett, pare, dopo aver letto avidamente i racconti di Tolkien.
Lo spunto per creare “Arnold Layne” era stata invece la storia di un travestito che si aggirava per Cambridge rubando indumenti intimi. Su youtube c'è una versione live cantata alla Royal Albert Hall di Londra da David Bowie, sfegatato fan oltre che amico della band, ospite di David Gilmour e Rick Wright. L'altra canzone-simbolo è, appunto, “See Emily Play”, nel singolo assieme a “Scarecrow”, anch'essa reinterpretata da Bowie nel suo “Pin Ups” del 1973 (sempre disponibile su youtube). Barrett aveva raccontato che l'ispirazione per questo brano gli era stata offerta da una misteriosa ragazza (Emily, appunto) che lui aveva visto - o creduto di vedere - in un bosco mentre era in trip da droghe psichedeliche. In seguito lo stesso Barrett smentì dicendo che voleva solo fare pubblicità al pezzo, ma il dado ormai era tratto. Ed Emily è ancora lì che gioca e si lascia trascinare dalla corrente di un fiume. Di “Relics”, infine, è geniale anche la copertina: un macchinario formato dai più svariati strumenti musicali. Un'invenzione del batterista Nick Mason, che fu poi ulteriormente sviluppata sotto il profilo grafico da Storm Thorgerson, un altro che nella storia della band occupa un ruolo fondamentale. Anche la copertina è così entrata nella leggenda. Come Emily, Arnold Layne e tutto il mondo creato dai Pink Floyd.

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